Sì perché “fare impresa”, oggi – al contrario di quello che dicono
Marcegaglia e i suoi amici, che ne parlano come se fosse una specie di missione per salvare le sorti del paese – significa spessissimo trovare il modo di scaricare il famoso rischio di impresa sulle spalle dei lavoratori più deboli. E’ nota la prassi di licenziare i dipendenti più giovani, i precari, o le donne – di cui il caso della Mavib è solo un esempio particolarmente esplicito e retrivo – nei momenti di magra, tanto che è ormai considerata normale, e anche giusta.
A fare da specchio alla cultura della precarietà c’è una cultura dell’imprenditorialità altrettanto pervasiva e distruttiva. L’esempio di questa piccola impresa culturale è perfetto per spiegare di che si tratta.
La nostra è un’impresa nata negli anni ’90 con un’idea precisa e molto diffusa, specialmente in quel campo: mettersi in proprio, agire senza intermediari, non accettare i compromessi e il leccaculismo necessari per farsi strada all’ombra di personaggi già affermati. Credere in sé stessi, riconoscere il proprio valore, essere positivi, dinamici e attenti all’aspetto comunicativo del lavoro: questi i mantra fondativi dell’impresa, ripetuti alla nausea durante lunghissime e strazianti sedute di autocelebrazione, anche quando le cose hanno iniziato ad andare male. I titolari, due rampanti quarantenni, non riuscivano a capacitarsi del loro mancato successo e ad ammettere il fatto di essere stati negli ultimi tempi travolti dai drammatici tagli alla cultura. Niente lavoro, niente soldi, e allora che fare? Beh ovvio, scaricare tutto sui lavoratori, anzi sull’ultimo che è rimasto dopo uno stillicidio di contrattini co.co.pro. e part-time.
Bella roba, per un lavoratore, trovarsi da solo con due capi, a doversi accollare tutte le mansioni che i due – proprio perché sono i capi – non fanno: un ventaglio di attività che va dallo scaricare a braccia materiale, al tenere l’amministrazione, al supervisionare lo svolgimento delle attività culturali, al dare indicazioni stradali al capo che in quel momento si trova da qualche parte a Londra, e figuriamoci se si abbassa a chiedere a qualche passante dato che ha una persona messa lì apposta al suo servizio. Un lavoro che abbina in uno sposalizio veramente devastante responsabilità enormi e una serie pressoché infinita di piccole magagne da ufficio, compiti organizzativi di alto livello e giornate spese ad incollare francobolli.
Per quanto riguarda le questioni di contratto e stipendio, il massimo che l’impresa ha mai voluto offrire sono stati contratti co.co.pro, rinnovati ogni 6 o 3 mesi, con paga attorno agli 800 euro e orari minimi stabiliti rigidamente dai datori di lavoro, seppure in camera caritatis. Le otto ore canoniche, aumentabili a dismisura secondo le necessità. Sarai co.co.pro, quindi non avrai obblighi di orario, però farai 40 ore a settimana tra le 9 e le 13 e tra le 14 e le 18, però lavorerai anche dopo le 18, fino alle 2, il sabato, la domenica e il Primo Maggio. Il contratto ufficiale dice una cosa, quello ufficioso un’altra e la realtà è un’altra ancora. La paga? Sempre quella, quella che non ti permette di avere l’auto, un appartamento tuo o un minimo di risparmi per fare cose tipo mettere su famiglia o anche semplicemente partire per le vacanze, senza l’aiuto degli immancabili genitori.
Come se non bastasse tutto questo, al precario si chiede un di più, gli si chiede di crederci, di essere positivo e quindi, tra le righe – perché guai a dire queste cose ad alta voce, è così volgare e negativo – di condividere in tutto e per tutto le sorti dell’azienda, se l’azienda non guadagna, il precario non guadagna, e non importa se lui, nei fatti, è solo un dipendente, se l’impresa non è sua e lui mai e poi mai potrà avere voce in capitolo in qualunque decisione, anche la più insignificante. Gli si chiede di lavorare servilmente, a capo chino, obbedendo agli ordini senza fiatare, mettendo a disposizione dell’azienda, alla bisogna, serate, nottate, weekend e festività.
Nella solitudine della sua scrivania, mezzo affogato nella melma cartacea che lo circonda e che ininterrottamente salmodia il nome dell’azienda, il precario lavora e lavora e lavora ed è quasi persuaso a dimenticare se stesso, il suo disgraziatissimo contratto, le ferie di due settimane all’anno, rigorosamente quando l’ufficio chiude, che non bastano per riprendere fiato. Se l’ufficio avesse un focolare, lui ne sarebbe l’angelo, proprio come una giovane sposa segregata e destinata a una vita di schiavitù domestica.
Alla fine, succede che il precario se ne va. Anche i più tenaci sentono il bisogno di tornare a respirare aria pura, lontano dalle beghe, dalle nottate di lavoro e, soprattutto, dalle prediche deliranti dei capi, che continuano a sostenere che da un momento all’altro l’impresa tornerà in sesto e poi prospettano future possibili chiusure, e raccomandano di stringere i denti, lavorare di più e non azzardarsi a chiedere aumenti, giornate libere o orari che permettano di avere una vita.
Il precario da qualche mese di preavviso, saluta e si chiude la porta alle spalle, disoccupato ma momentaneamente libero. Un altro prenderà il suo posto. Nel frattempo la crisi è peggiorata, gli ingaggi sono sempre meno e il destino della mitica impresa è sempre più difficile da interpretare negli incredibili pomeriggi di brainstorming che i capi si concedono, sbrodolandosi addosso, mentre il nuovo arrivato sgobba nella stanza accanto. La paga? Si vedrà. Il contratto? Per ora no. E’ questa l’impresa ai tempi del precariato.

"E' cambiata la struttura tecnica dell'impresa, lo stile di management, il lavoro è diventato sempre più instabile e provvisorio, ma è qui che la democrazia sostanziale muore e si perdono, cioè diventano impossibili da esercitare 'tecnicamente', anche le libertà civili come il diritto di sciopero, sebbene nessuno lo abbia tolto dalla carta costituzionale. E' sul rapporto di lavoro che l'uomo perde la sua dignità; si accetta come normale e persino lodevole che giovani, soprattutto laureati, lavorino per mesi gratuitamente in cosiddetti 'tirocini' con la speranza di essere assunti (ma perché mai se ci sono altri mille pronti a prendere il loro posto gratis?)". Una piccola citazione da "Vita da freelance", che cade giusto in tema. La situazione continua a essere pessima.
RispondiEliminaQuesta citazione cade davvero a fagiolo...
RispondiEliminaLa situazione lavorativa italiana è scandalosa: i contratti proposti e la loro tipologia non esistono in nessun altro paese democratico. Inutile citare Germania, Svezia, Stati Uniti, Francia eccetera eccetera. Solo in questo finto stato democratico viene permesso uno sfruttamento barbaro delle nuove generazioni: nessuno si stupisce di quello che hai giustamente scritto, nessuno protesta in maniera eclatante. Tanto, se non accetti quel contratto, c'è subito un altro individuo che prende il tuo posto. Oramai siamo in crisi insanabile? L'unica soluzione è fuggire all'estero? La risposta pende sempre più verso il si.
RispondiEliminaCiao revolutopia, mi dispiace dirtelo ma non sono d'accordo praticamente con nulla di quello che hai scritto. La precarizzazione del lavoro, il suo diventare sempre più "informale" (proprio come nel caso descritto nel post) è un trend globale, che non risparmia praticamente nessuno, salvo alcune rade isole felici che sinceramente non mi sento di prendere ad esempio. In fatto di dinamiche economiche non ha senso secondo me confrontare Italia e Norvegia, o Italia e Svezia (diverso il discorso sulle politiche sociali, lì il confronto - implacabile per noi - ci sta). Per quanto riguarda gli Usa, mi risulta che i contratti truffa di Marchionne siano stati sperimentati prima lì che in Italia. Ovunque si sta cercando di forzare la mano per costringere i lavoratori a cedere diritti. Qui da noi tutto questo è avvenuto in modo forse particolarmente feroce, per una lunga serie di motivi che sono poi quelli che ci fanno essere il paese che siamo. La tendenza (globale) è quella di avvicinare sempre più il mercato del lavoro del "primo mondo" a quello del terzo. Gallino, e anche Revelli mi pare, ne parlano molto diffusamente. In questo senso parlare ancora di un presunto blocco di paesi democratici di cui faremmo parte mi sembra che non colga molto nel segno.
RispondiEliminaNon sono neanche d'accordo con te quando dici che l'unica soluzione è andare all'estero. Con il nick che usi, dovresti sapere qual'è la soluzione :)
Non sono d'accordo quando affermi che ovunque si forza la mano sui lavoratori. Evidentemente non hai letto i mille articoli di confronto fra i lavoratori italiani e quelli di altri paesi: osserva lo stipendio di un operaio tedesco rispetto a quello di un italiano (la Repubblica avrà scritto un paio di articoli su questo argomento); e le isole felici di cui parli tu, sono tantissime: l'unico paese che non da diritti ai lavoratori è l'Italia; vai negli USA e guarda se non hanno maggiori diritti (il caso degli operai Crysler è diverso) rispetto a noi: non esiste che un dottorando guadagna 600 euro lordi al mese! I ricercatori in medicina ed in informatica guadagnano cinque volte tanto. Guarda il diritto del lavoro degli altri paesi, e trovami una legge simile alla legge Biagi.
RispondiEliminaPer chiudere: non ho detto che l'unica soluzione è fuggire all'estero. Ho detto che è una soluzione. In Italia si lotta in piazza da cinquant'anni: molte battaglie sono state vinte, ma moltissime sono state perse. La battaglia sul lavoro è stata decisamente una sconfitta allucinante. Affermare che è una tendenza globale, non è altro che cercare di immettere l'Italia in un trend economico di cui non fa parte. Mi spiace, ma l'Italia sta colando a picco, a differenza di molti altri paesi in cui tutto questo non avviene.
Davide Rapacchiale
è vero, in altri paesi gli stipendi sono maggiori e le tutele (soprattutto in fatto di stato sociale, non tanto di leggi sul lavoro) anche, e chi l'ha mai negato? ciò non toglie che la direzione che sti sta prendendo OVUNQUE è quella di restringere i diritti e rendere il lavoro più precario. secondo me è quantomeno un errore metodologico quello di pretendere di discutere se l'italia stia o meno in un trend argomentando con l'esempio di un paio di paesi che sono delle mosche bianche nel mondo. gli stati sociali di paesi come la germania o la francia sono ruderi del passato rispetto al processo in cui siamo immersi, che non è per nulla solo italiano. stiamo andando dritti dritti verso l'egitto o il messico, e stiamo ancora a dire che noi italiani siamo gli unici ad essere rimasti indietro. non è vero! noi siamo quelli avanti! l'italia sta colando a picco? e la grecia, la spagna, il portogallo, l'iralnda, gli stati uniti, il giappone? a me non sembra proprio che siamo da soli.
RispondiEliminala crisi attuale dovrebbe dimostrare una volta per tutte il fatto che i governi nazionali in fatto di politiche economiche ormai contano meno di zero. il mercato del lavoro italiano è il risultato dell'applicazione delle idee neoliberiste, idee che vanno distruggendo diritti del lavoro e stato sociale in giro per il mondo da un quarantennio.
RispondiEliminaNon volevo affermare che il processo di crisi dei diritti è solo italiano: è vero che il liberismo economico è fallito, ma non dimentichiamo che dagli anni sessanta agli anni novanta, nonostante alcune crisi, è riuscito a garantire un benessere a noi cittadini occidentali indiscutibile. Che poi tale benessere era malsano, pieno di contraddizioni, ottenuto a discapito di altri due continenti, questo è anche vero. Il problema attuale è che il liberismo non garantisce più nemmeno tale benessere, ed i cittadini si stanno svegliando (lentamente, ma lo stanno facendo).
RispondiEliminaIo sono totalmente contrario all' "Impero" globale: non riesco ad accettare nulla della politica occidentale. Ma ciò non significa che tutti i paesi hanno le stesse problematiche in fatto di diritti ai lavoratori: l'Italia, ripeto, è l'unico paese al mondo ad avere pensato ed attuato una porcheria come la legge Biagi. Ha preso piede un'idea del lavoro assurda: il lavoratore è un individuo che deve ringraziare colui che lo sta facendo lavorare (con questa crisi, cosa pretendi?), che deve essere felice se prende lo stipendio regolare, che NON deve pretendere contributi,ferie,malattie o quant'altro nei primi tempi!
Si è svilito il concetto di lavoro, e questa mi lascia inebetito. Fidati, in tutti i paesi dove sono stato ho parlato con molti ragazzi-lavoratori (ti parlo di Francia,Germania,Svezia,Austria,Inghilterra,Irlanda) e nessuno di loro vive il lavoro cosi male come lo vive un ragazzo italiano. Questo non significa che in quei paesi non ci sia un evidente crisi: ma purtroppo non siamo all'altezza del diritto lavorativo di tali paesi.
D.R.
"l'Italia, ripeto, è l'unico paese al mondo ad avere pensato ed attuato una porcheria come la legge Biagi."
RispondiEliminaMa veramente, hai idea di come funziona il mondo del lavoro in Egitto, Messico, India o Cina? Guarda che questi paesi sono la stragrande maggioranza del mondo. Ti ripeto, i posti come l'Austria o la Svezia o gli altri che hai citato non sono affatto la norma, ma eccezioni che rappresentano il passato di un Europa florida che non è più un modello per nessuno. Ma davvero pensi che l'Italia sia il paese dove si sta peggio al mondo? Davvero pensi che la Legge Biagi sia il peggio che ci sia? Credimi, quello a cui andiamo incontro sarà molto peggio, se non ci diamo una bella svegliata.
La tendenza, che, ripeto, è globale, è quella di deregolamentare il lavoro. E' questo che fanno la Legge Biagi e la Legge 30, ma anche gli ultimi accordi tra Confindustria e sindacati per abolire nei fatti il contratto nazionale. Creano degli spazi di caos, diecimila contrattini diversi che di fatto rendono il mercato sempre meno controllato. Lo scopo è quello di rendere il lavoro sempre più informale e sfuggente alle leggi. Il neoliberismo è proprio questo: libertà di movimento ai capitali, attacco ai diritti sindacali, deregolamentazione del lavoro. Gli inglesi lo sanno bene, la Thatcher gliel'ha insegnato a forza di manganellate. Stessa cosa per gli USA. Per noi parlare poi dei paesi che ho citato prima, che tu continui a non considerare parte del "mondo".
Leggendo il tuo post mi rendo ancora più conto delle coglionate che ho scritto in un altro blog (coglionate che non mi va di specificare, per le quali ho chiesto scusa,beninteso). Tra l'altro hai descritto ciò che sarà il mio futuro dato che probabilmente dopo la laurea (sì ancora non ho finito la tesi) cercherò lavoro in qualche impresa culturale (il mio sogno originario di fare il critico cinematografico temo resterà un sogno)..mi ero illuso che anche un contratto precario desse perlomeno la garanzia di essere pagati (poco), ma mi sa che pure quello è in forse. Come se non bastasse ho il mio solito attacco di malinconia di fine estate...per consolarmi mi guarderò un film.
RispondiEliminaciao
Paolo non devi deprimerti, devi incazzarti!!
RispondiElimina