La rete è quel luogo straordinario in cui anche le teorie più bislacche possono trovare sostegno in un blog del Fatto Quotidiano. Giampaolo Colletti appartiene proprio a quella squadra di blogger, ed ha un'idea a dir poco fantasiosa che riguarda le donne e la rete stessa. A volte verrebbe da credere a quanti, tipo Casaleggio, sono posseduti dall'immagine di un world wide web dotato di una propria volontà e di una vanità da divo dell'infotainment, dato che si ottiene tanto più spazio quanto più gli si liscia il pelo. La realtà è che parlare in modo acritico e superficiale della rete in rete equivale, esattamente come accade in televisione, a raggiungere il punto zero dei contenuti, il nulla assoluto, che è proprio il risultato che molte imprese digitali, come ad esempio quelle per cui lavoro, si pongono. Pare infatti che i link sponsorizzati si incollino alla perfezione attorno ai testi che non parlano di nulla.
Tornando al Fatto Quotidiano e a Colletti, mi sono imbattuta in un post che, data la mia posizione lavorativa di picchiatrice di tasti sul web, non poteva non incuriosirmi: "Donne più disoccupate degli uomini, non in Rete". Qui si sostiene che nella crisi le donne se la cavano di gran lunga meglio degli uomini, poiché il loro tasso di occupazione nei primi due semestri del 2012 è aumentato del 1,3%. L'autore tralascia di citare il fatto che l'Italia è agli ultimi posti in Europa (con l'unica eccezione di Malta) per occupazione femminile, che le donne in età lavorativa che effettivamente lavorano nel nostro paese sono meno del 50% e che l'Italia ha ancora un primato europeo, quello della maggiore differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile. Dettagli. La crisi è un momento d'oro per le donne, che a causa di qualche misterioso incantesimo finiscono per trovare lavoro in un momento in cui il lavoro non c'è.
L'incantesimo, secondo Colletti, è la creatività delle donne, il loro istinto di startupper nate, la loro capacità di creare prodotti carini e sfiziosi. A riprova di ciò, cita il caso del sito culinario Giallo Zafferano. Ah che meraviglia queste donne che inventano, creano, si adattano alla nuova congiuntura economica di disgrazia. Mica come gli uomini, che rimangono aggrappati all'idea del posto fisso. E' la narrazione del governo tecnico, che magnifica le gioie del lavoro iper precarizzato perché è moderno, dinamico, giovane. Persino donna. Eccolo il nuovo che avanza.
Ed è proprio questa infatti l'ossessione di Colletti, il quale ha avuto la pensata di fondare un progetto di studio e un sito, WWWorkers, per parlare dei lavoratori e delle lavoratrici (soprattutto delle lavoratrici, dice lui) che decidono di liberarsi di quella noia mortale che è il posto fisso per imprenditorializzarsi e seguire le loro passioni. Lui lo dice davvero! Sì vabbé, qualcuno magari è anche co.co.pro, però la maggior parte sono di sicuro lavoratori a tempo indeterminato, che si sono liberati della schiavitù delle quaranta ore, delle tredicesime e delle quattordicesime, dei congedi familiari e di tutte le altre tutele, per abbracciare l'ignoto. E' questo lo spirito giusto per uscire vivi dalla crisi. Si salveranno gli ottimisti e gli avventurosi, e alla fine sarà un mondo migliore.
La prova di questa tendenza e del fatto che le donne sono in prima fila nel cambiamento, sta nel fatto che le lavoratrici autonome qui da noi sono il 16% del totale, contro una media europea del 10%. Qui il termine "autonome" sembra proprio andare a braccetto con l'emancipazione delle donne, laddove emanciparsi vuol dire lavorare in proprio. Nessuna lampadina che si accende quando il dato sulle lavoratrici autonome italiane viene messo a confronto con quello degli stipendi medi nel nostro paese, che sono i più bassi d'Europa per tutti, ma che per le donne sono il 20% in meno di quelli degli uomini. Nemmeno nominata la Partita IVA, che è il titolo meno romantico delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi, una formula che ormai anche nel mainstream non evoca di certo più la libertà e la realizzazione di sé.
Tuttavia, Colletti continua ad osservare dalla sua finestra la brulicante vita della rete, con il sorriso sulle labbra, lieto di scaldarsi il cuore con la certezza che quel fermento vitale, finalmente, stia conducendo le donne all'emancipazione.
lunedì 22 ottobre 2012
martedì 16 ottobre 2012
My way
Di recente mi sono ritrovata a pormi qualche domanda su questo blog. E dalle domande sul blog sono arrivata in un battito di ciglia ad altre domande, immense e schiaccianti. Sì perché in origine questo progetto voleva realizzare una specie di minuscola operazione di debunking sul mondo del lavoro, a partire dalle mie esperienze personali, cercando di rendere esplicite la violenza e la discriminazione con cui la logica di quel mercato agisce, in particolare sulle lavoratrici.
Solo che io da quel mercato ora sono uscita. O meglio, sono rimasta, ma nascondendomi, facendomi piccola piccola, guadagnando (forse) quello che mi basta per campare interagendo il meno possibile con le sue dinamiche. I capi si trovano lontano, non li ho mai visti. Il mio reddito è appeso a una manciata di indirizzi e-mail. Lavoro da casa, attaccata al computer. Guardo dalla finestra un cortile su cui di giorno si affacciano solo pensionati e studenti. Io non sono nessuno dei due, e anche là dove si trovano tutti gli altri, io non ci sono.
Il futuro è un elenco di voci appuntate dove capita: sull'agenda, sul calendario, nella casella di posta, a volte persino scritte sul dorso di una mano. Le cancello di giorno in giorno, e ogni voce cancellata è un mattoncino del mio prossimo mese. E' tutto qui. Sono una disoccupata con un reddito e un impegno quotidiano al computer. Il mio lavoro non significa nulla, è tempo nascosto alla vista, che serve solo all'assurdo proposito di farmi superare una crisi economica di cui nessuno può prevedere gli esiti e nella quale io, intanto, invecchio.
Penso che tutto sommato non sia poi così strano quello che mi capita. Nel 1973, quando Tina Anselmi fece rientrare il lavoro a domicilio nei contratti nazionali di categoria, erano un milione le donne (perché si trattava praticamente solo di donne) che lavoravano da casa. Producevano di tutto: dai circuiti elettronici ai maglioni. Oggi non è molto diverso. Noi lavoratrici e lavoratori a domicilio del terzo millennio assembliamo testi della più varia natura, dalle traduzioni scientifiche agli articoli di promozione turistica. Siamo pagati a cottimo, proprio come in fabbrica. Noi non rischiamo di ritrovarci con le dita mozzate e a fine giornata non abbiamo le braccia distrutte e gli abiti lerci. Allora diciamo di essere freelance, aggrappandoci a un treno che sfreccia lucido nel presente e che dovrebbe in teoria essere pieno di giornalisti gira mondo, professionisti strapagati del marketing, creativi digitali. In realtà però su quel treno ci siamo quasi solo solo noi. E il bello è che in moltissimi casi quello che produciamo, con la nostra fulgida mente di laureati, dura meno di un maglione. Se siamo fortunati, un paio d'anni.
E' un lavoro da imboscati, che ci toglie dalle code davanti alle agenzie interinali come un tempo si sfuggiva alla leva obbligatoria. Nascondersi come unica soluzione nei confronti di un destino di disoccupazione. E quando ci si nasconde, è ben poco quello che si può fare. Sono pochi i compagni che riusciamo a vedere, e meno ancora quelli con cui ci troviamo a portata di voce. E' questa la posizione in cui mi trovo. E un po' me la sono persino scelta, per vigliaccheria e perché non ne potevo più. Ero stanca di sentirmi dire che sono troppo vecchia, troppo bassa, troppo scolarizzata, troppo inesperta. Non ne potevo più di sentirmi affibbiare mancanze che in realtà sono quelle di un intero sistema economico. Ma come si può scrivere da un nascondiglio? Si può? Io ci proverò, quando avrò il tempo, le energie, le idee. E se quello che verrà fuori apparirà pallido e mezzo asfissiato, come se fosse appena sbucato fuori da un cunicolo scavato nel terreno, beh perdonatemi.
Solo che io da quel mercato ora sono uscita. O meglio, sono rimasta, ma nascondendomi, facendomi piccola piccola, guadagnando (forse) quello che mi basta per campare interagendo il meno possibile con le sue dinamiche. I capi si trovano lontano, non li ho mai visti. Il mio reddito è appeso a una manciata di indirizzi e-mail. Lavoro da casa, attaccata al computer. Guardo dalla finestra un cortile su cui di giorno si affacciano solo pensionati e studenti. Io non sono nessuno dei due, e anche là dove si trovano tutti gli altri, io non ci sono.
Il futuro è un elenco di voci appuntate dove capita: sull'agenda, sul calendario, nella casella di posta, a volte persino scritte sul dorso di una mano. Le cancello di giorno in giorno, e ogni voce cancellata è un mattoncino del mio prossimo mese. E' tutto qui. Sono una disoccupata con un reddito e un impegno quotidiano al computer. Il mio lavoro non significa nulla, è tempo nascosto alla vista, che serve solo all'assurdo proposito di farmi superare una crisi economica di cui nessuno può prevedere gli esiti e nella quale io, intanto, invecchio.
Penso che tutto sommato non sia poi così strano quello che mi capita. Nel 1973, quando Tina Anselmi fece rientrare il lavoro a domicilio nei contratti nazionali di categoria, erano un milione le donne (perché si trattava praticamente solo di donne) che lavoravano da casa. Producevano di tutto: dai circuiti elettronici ai maglioni. Oggi non è molto diverso. Noi lavoratrici e lavoratori a domicilio del terzo millennio assembliamo testi della più varia natura, dalle traduzioni scientifiche agli articoli di promozione turistica. Siamo pagati a cottimo, proprio come in fabbrica. Noi non rischiamo di ritrovarci con le dita mozzate e a fine giornata non abbiamo le braccia distrutte e gli abiti lerci. Allora diciamo di essere freelance, aggrappandoci a un treno che sfreccia lucido nel presente e che dovrebbe in teoria essere pieno di giornalisti gira mondo, professionisti strapagati del marketing, creativi digitali. In realtà però su quel treno ci siamo quasi solo solo noi. E il bello è che in moltissimi casi quello che produciamo, con la nostra fulgida mente di laureati, dura meno di un maglione. Se siamo fortunati, un paio d'anni.E' un lavoro da imboscati, che ci toglie dalle code davanti alle agenzie interinali come un tempo si sfuggiva alla leva obbligatoria. Nascondersi come unica soluzione nei confronti di un destino di disoccupazione. E quando ci si nasconde, è ben poco quello che si può fare. Sono pochi i compagni che riusciamo a vedere, e meno ancora quelli con cui ci troviamo a portata di voce. E' questa la posizione in cui mi trovo. E un po' me la sono persino scelta, per vigliaccheria e perché non ne potevo più. Ero stanca di sentirmi dire che sono troppo vecchia, troppo bassa, troppo scolarizzata, troppo inesperta. Non ne potevo più di sentirmi affibbiare mancanze che in realtà sono quelle di un intero sistema economico. Ma come si può scrivere da un nascondiglio? Si può? Io ci proverò, quando avrò il tempo, le energie, le idee. E se quello che verrà fuori apparirà pallido e mezzo asfissiato, come se fosse appena sbucato fuori da un cunicolo scavato nel terreno, beh perdonatemi.
giovedì 27 settembre 2012
Inshallah ça va
L'amico che lavorava con me ha ormai la barba lunga e mormora formule di ringraziamento a Dio ad ogni manciata di parole. Ha preso qualche chilo e questo è un bene. Suo padre è morto qualche settimana fa, ma senza permesso di soggiorno non può muoversi dall'Italia. Anche i soldi sono un problema, ma inshallah per quelli gli strozzini hanno tempi più brevi.
Per calmarsi prega e snoda con le dita la lunga barba color cenere. Sono fortunato, dice, perché ero perduto mentre ora seguo la via di Dio. Non eri perduto, vorrei dirgli. Eri solo povero e lo sei anche ora. Povero, straniero e solo, escluso dai mestieri per cui hai studiato, quelli che conosci e per cui hai talento. Quei mestieri puoi solo farli gratis, o al massimo in cambio di un mazzo di buoni pasto da quattro euro e cinquanta. Buoni pasto che ti aiutano a malapena a mangiare, e che di certo non ti faranno avere il permesso di soggiorno per andare sulla tomba di tuo padre.
Se ci fosse una giustizia - gli dico indicando l'imponente palazzo razionalista nel quale il mio amico trascorre tutti i suoi pomeriggi - tu lavoreresti lì dentro. Sporgendosi dalla facciata, un'enorme bandiera rossa sussulta cercando di afferrare un autobus immobile alla fermata. La giustizia non c'entra, mi risponde l'amico con aria rapita, è qualcun altro che decide. La crisi crea interessanti cortocircuiti. C'è chi tira in ballo Dio per spiegarsi la propria esclusione da un lavoro che già fa e che riguarda un'organizzazione ancora in teoria profondamente venata di marxismo.
Quando viene il mio turno di raccontare, dico che sono tutto sommato felice perché non lavoro più tutti i giorni e torno finalmente a scoprire i fine settimana. In realtà mi vergogno molto a dirglielo, perché lui lavora senza giorni liberi, né ferie, né malattia da quasi sette anni. Ma non importa, mi dice. Io sono fortunato.
Per calmarsi prega e snoda con le dita la lunga barba color cenere. Sono fortunato, dice, perché ero perduto mentre ora seguo la via di Dio. Non eri perduto, vorrei dirgli. Eri solo povero e lo sei anche ora. Povero, straniero e solo, escluso dai mestieri per cui hai studiato, quelli che conosci e per cui hai talento. Quei mestieri puoi solo farli gratis, o al massimo in cambio di un mazzo di buoni pasto da quattro euro e cinquanta. Buoni pasto che ti aiutano a malapena a mangiare, e che di certo non ti faranno avere il permesso di soggiorno per andare sulla tomba di tuo padre.
Se ci fosse una giustizia - gli dico indicando l'imponente palazzo razionalista nel quale il mio amico trascorre tutti i suoi pomeriggi - tu lavoreresti lì dentro. Sporgendosi dalla facciata, un'enorme bandiera rossa sussulta cercando di afferrare un autobus immobile alla fermata. La giustizia non c'entra, mi risponde l'amico con aria rapita, è qualcun altro che decide. La crisi crea interessanti cortocircuiti. C'è chi tira in ballo Dio per spiegarsi la propria esclusione da un lavoro che già fa e che riguarda un'organizzazione ancora in teoria profondamente venata di marxismo.
Quando viene il mio turno di raccontare, dico che sono tutto sommato felice perché non lavoro più tutti i giorni e torno finalmente a scoprire i fine settimana. In realtà mi vergogno molto a dirglielo, perché lui lavora senza giorni liberi, né ferie, né malattia da quasi sette anni. Ma non importa, mi dice. Io sono fortunato.
Etichette:
bologna,
crisi,
lavoro nero,
migrazioni
lunedì 20 agosto 2012
Femminismo, incubi virili e incredibili paralleli
Quando una lettura capita proprio a fagiolo. Tratto da "Donne, resistenza e rivoluzione", di Sheila Rowbotham.
"Durante la comune un corrispondente del Times si infiltrò in un circolo femminile. La stanza era piena di donne e di bambini «del più infimo strato sociale». Le donne indossavano «casacche disordinate» e «in testa copricapi bianchi ornati di gale». Al fondo della stanza c'era un tavolo coperto di giornali e libri, e dietro di esso giovani cittadine indossavano fasce rosse. Una giovane parlò sulla necessità di difendere la rivoluzione. Il giornalista non si interessò di quel che stesse dicendo ma del fatto che era «giovane e graziosa». Ma colse negli occhi di lei uno sguardo che gli diede la sensazione che «non gli sarebbe piaciuto essere suo marito». L'oratrice successiva dall'aspetto abbastanza rispettabile ma «divagante e inconsistente» parlò del ruolo della donna nella comune e della rivoluzione del 1789 e poi criticò il clero. Un'altra criticò severamente lo sfruttamento dei poveri da parte della società. Il cronista del Times giudicò il suo discorso «vago e pieno di inutili ripetizioni»."
"Durante la comune un corrispondente del Times si infiltrò in un circolo femminile. La stanza era piena di donne e di bambini «del più infimo strato sociale». Le donne indossavano «casacche disordinate» e «in testa copricapi bianchi ornati di gale». Al fondo della stanza c'era un tavolo coperto di giornali e libri, e dietro di esso giovani cittadine indossavano fasce rosse. Una giovane parlò sulla necessità di difendere la rivoluzione. Il giornalista non si interessò di quel che stesse dicendo ma del fatto che era «giovane e graziosa». Ma colse negli occhi di lei uno sguardo che gli diede la sensazione che «non gli sarebbe piaciuto essere suo marito». L'oratrice successiva dall'aspetto abbastanza rispettabile ma «divagante e inconsistente» parlò del ruolo della donna nella comune e della rivoluzione del 1789 e poi criticò il clero. Un'altra criticò severamente lo sfruttamento dei poveri da parte della società. Il cronista del Times giudicò il suo discorso «vago e pieno di inutili ripetizioni»."
venerdì 27 luglio 2012
L'Ilva, l'Acna
Durante tutta la mia infanzia, il fiume è stato rosso. Rosso e morto, come se del sangue fosse caduto in una pozza di acqua arrugginita. Non ci sono molti fiumi in Liguria, anzi al di qua delle montagne non ce n'è per niente. Solo dei torrenti stagionali i cui letti fanno in tempo a riempirsi di erbacce e le erbacce a seccare, prima che i rii dell'entroterra portino acqua a sufficienza perché questa possa percorrere tutto il tragitto fino al mare. Capita poche volte l'anno.
Al di là delle montagne invece di fiumi ce ne sono. Da queste parti si chiamano tutti Bormida, e sono di genere femminile. L'acqua gocciola verso la pianura, immaginando la dolce inerzia della piatta valle sterminata, e nel frattempo le montagne si seccano come spugne appese al sole. Di qua l'arsura annerisce i tronchi degli alberi, che sembrano fatti di carbone vivente. Di là le cortecce si allargano sottili e il mais fa ciondolare al vento la sua molle testa piumata.
Il mais che beveva la Bormida di Cengio però per molto tempo è stato un mais speciale. Gli animali che lo mangiavano alla lunga cominciavano a trasudare un odore strano, una puzza di ciminiera che restava nella carne e finiva in bocca alle persone. Il vino sembrava un siero velenoso, il decotto di qualche antico filosofo suicida appena attraversato dall'aria stantia delle cantine. I ghiaccioli che si allungavano dalle pareti di roccia erano proibiti ai bambini, né si poteva andare a giocare sulla riva del fiume gelato. E questo perché c'era l'Acna, la fabbrica che i miei genitori mi avevano insegnato a odiare, ma di cui non dovevo parlare mai con le altre persone del paese.
Gran parte del paese lavorava all'Acna, scoprii quando si decisero a dirmi che in quella fetida città di casermoni davvero ci lavorava qualcuno. Di colpo nella mia mente la gigantesca macina di melme terrificanti si popolò di esseri umani, e fu una scoperta spaventosa. Ne conoscevo persino alcuni, appresi. Da allora per anni li guardai come se nascondessero un orrore segreto, una complicità contaminante con il mostro. "Lo fanno per guadagnarsi uno stipendio", mi dicevano i miei. Ma io, che non avevo ben chiaro il vincolo di necessità tra il lavoro e il denaro e tra il denaro e le cose, continuavo ad essere ripugnata da quelle persone all'apparenza tanto normali. Poi l'Acna si è spenta, e i suoi spurghi di rosso raggrumato hanno smesso di squagliarsi nel fiume. Sotto al ponte, in un punto in cui l'acqua è più bassa e la corrente fa appena il solletico ai sassolini sul fondo, sono persino arrivati dei cigni e dei germani reali. Animali che trascorrono tutta la loro esistenza con il ventre a mollo e le zampe a pedalare sott'acqua. Prima che scoppiasse questa primavera di piedi palmati - anche sta volta l'ho scoperto dopo - a Cengio c'è stata una specie di guerra. Gli operai bastonavano gli ambientalisti, i medici abbandonavano i malati e i contadini piangevano sulle loro viti al cromo. La fabbrica chiuse dopo sessant'anni di proteste, tribunali, botte, minacce, attentati e centinaia di morti per cancro, in larga parte operai.
Per cento anni, un virus ha abitato nei nervi degli abitanti della valle, operai e non. Stava accucciato al riparo, come una vipera nell'ansa di un fiume, per poi schizzare fuori a fiammate, un fuoco di Sant'Antonio, doloroso e sfiancante, pronto ad aprire la porta ad altre malattie ancora più incurabili. Gli unici che non erano malati erano gli stessi che per tutto il tempo avevano continuato a spalmare i marciapiedi di bava infetta. Qualcuno è passato per il carcere, qualcuno si è sparato un colpo prima che lo prendessero, la maggior parte è invecchiata lontano, senza un prurito di colpa.
Oggi il virus ha lasciato la valle e la Bormida di Cengio. Si è estinto, come si stanno estinguendo gli operai dell'Acna. Vecchi, e in tanti malati. Di questa malattia rimangono altri ceppi, che incendiano intere città. Prosperano nella diossina, succhiano l'arsenico e il cadmio dalla rugiada e dall'umidità del vento, ingrassano dove il mare è povero di pesci e la terra da frutti immangiabili. Più l'acqua è spessa di olii e l'aria è pesante di scarichi, e più loro galleggiano leggeri, sparpagliandosi come pollini maturi. Dove c'è la miseria e i campi sono appestati, i virus scalpitano nelle ventiquattrore in cui li tengono rinchiusi prima di liberarli tra la folla. E hanno effetti anche sulle fragili intercapedini della mente, creando solidarietà impensabili come quella tra operai e avvelenatori, tra intossicati e utilizzatori di armi chimiche. Ogni volta che coppie di mani si stringono alle spalle di una intera città, i virus hanno brividi di gioia. Quando si firmano concessioni, accordi, patti, finti risarcimenti, loro partoriscono nuovi venuti.
A Cengio il fuoco è passato e il fiume è pulito, ma la valle è persino più povera di prima, povera com'era nei secoli lontani, precedenti alla fabbrica. I veleni sono stati rinchiusi e placati, ma le vigne non sono tornate. Nessuno comprerebbe il dolcetto della Val Bormida. Il virus lascia delle cicatrici incancellabili, sfregia i volti e marchia le colline. A un certo punto, penso, ci si scorderà dell'Acna.
venerdì 13 luglio 2012
I giornalisti italiani e la Tunisia
E' l'ennesimo caso mediatico che vede coinvolta una donna bianca e un uomo non-bianco da quando tutti i maggiori giornali e i maggiori partiti hanno scelto di sfruttare l'atavico incubo del colonizzatore per attirarsi pubblico. Parlo di caso mediatico perché del caso in sé, dopo le ultime uscite della procura, non si capisce nulla. In ogni caso la povera ragazza - delle cui abitudini sessuali nel remoto continente di provenienza sembra strano che non abbiano ancora pubblicato accurati reportage. Ma forse è perché le ore di viaggio sono tante e nessun inviato del Corriere è ancora atterrato - ha tutta la mia solidarietà.
Ebbene, sembra proprio che tra i giornalisti italiani e la Tunisia sia successo qualcosa. La strage di Erba fino ad ora è stato l'esempio più eclatante di tale patologia, ma anche questa schifosa vicenda non scherza. Oggi, dopo la lettura dell'ultimo articolo del Corriere, ho deciso di fare un piccolo sondaggio, non molto originale, ma che è riuscito lo stesso a stupirmi.
Nell'articolo del Corriere sopra citato, la parola "tunisino" compare 7 volte, accompagnata anche da un "immigrato". Nel frattempo, la parola "uomo" è usata solo 3 volte. Repubblica si comporta in modo più politicamente corretto, e inanella "solo" 5 riferimenti alla nazionalità dell'uomo. Ma il vero apice si raggiunge con i lanci d'agenzia di AGI e ANSA. La prima utilizza la parola "tunisino" per ben 3 volte in un totale di 111 parole, la seconda arriva allo stesso risultato (in un caso "tunisino" è sostituito con "nordafricano") in sole 98 parole. Neanche i miei datori di lavoro chiedono ai loro scrittori SEO di inserire in un articolo la stessa keyword con una simile frequenza.
Che cosa suscita la psicosi della Tunisia negli organi di stampa italiani? Forse quella minacciosa sillaba iniziale "TU", così dentale, che collega il nome del paese sull'altra sponda del Mediterraneo a termini quali "tumore", "tuono", "turpe". A pensare proprio male male verrebbe da dire che quella sillaba forse solletica anche un inconscio desiderio di identificazione.
Oppure più realisticamente si tratta della visione risorgimentale (ah i 150 anni...) della Tunisia come di un giardino sottratto al nostro condominio dai perfidi vicini francesi, con in più l'umiliazione di annusare dai nostri terrazzi il profumo dei loro barbecue estivi. Terra che ci sarebbe spettata, ai tempi, e che è rimasta un luogo agognato, su cui mai i bravi italiani sono riusciti a stabilire il loro ordine, e che è rimasta un paese insubordinato, mai ridotto all'obbedienza verso i Savoia né verso il fascismo. "Tunisia" allora diventa sinonimo di paese traditore, abitato da genti incolte che avrebbero potuto addomesticarsi al nostro benevolo dominio di fratelli maggiori, bianchi e cattolici, ma che per qualche motivo incomprensibile hanno scelto di non farlo.
Oggi, la Tunisia è addirittura un paese che si è liberato da sé da un dittatore, contravvenendo a tutte le regole non scritte della diplomazia intercontinentale. Un luogo in cui orde barbare hanno sradicato un padrone senza bisogno di cacciabombardieri decollati dalle nostre illuminate coste, e così facendo hanno sguarnito i confini settentrionali, come per un perfido scherzo, come in quel programma televisivo in cui il VIP di turno si ritrova chiuso in una stanza insieme a una tigre. Che pena che ci fa, quel miliardario tutto preso a sudare di paura di fronte al gigantesco felino. Che pena.
Ebbene, sembra proprio che tra i giornalisti italiani e la Tunisia sia successo qualcosa. La strage di Erba fino ad ora è stato l'esempio più eclatante di tale patologia, ma anche questa schifosa vicenda non scherza. Oggi, dopo la lettura dell'ultimo articolo del Corriere, ho deciso di fare un piccolo sondaggio, non molto originale, ma che è riuscito lo stesso a stupirmi.
Nell'articolo del Corriere sopra citato, la parola "tunisino" compare 7 volte, accompagnata anche da un "immigrato". Nel frattempo, la parola "uomo" è usata solo 3 volte. Repubblica si comporta in modo più politicamente corretto, e inanella "solo" 5 riferimenti alla nazionalità dell'uomo. Ma il vero apice si raggiunge con i lanci d'agenzia di AGI e ANSA. La prima utilizza la parola "tunisino" per ben 3 volte in un totale di 111 parole, la seconda arriva allo stesso risultato (in un caso "tunisino" è sostituito con "nordafricano") in sole 98 parole. Neanche i miei datori di lavoro chiedono ai loro scrittori SEO di inserire in un articolo la stessa keyword con una simile frequenza.
Che cosa suscita la psicosi della Tunisia negli organi di stampa italiani? Forse quella minacciosa sillaba iniziale "TU", così dentale, che collega il nome del paese sull'altra sponda del Mediterraneo a termini quali "tumore", "tuono", "turpe". A pensare proprio male male verrebbe da dire che quella sillaba forse solletica anche un inconscio desiderio di identificazione.
Oppure più realisticamente si tratta della visione risorgimentale (ah i 150 anni...) della Tunisia come di un giardino sottratto al nostro condominio dai perfidi vicini francesi, con in più l'umiliazione di annusare dai nostri terrazzi il profumo dei loro barbecue estivi. Terra che ci sarebbe spettata, ai tempi, e che è rimasta un luogo agognato, su cui mai i bravi italiani sono riusciti a stabilire il loro ordine, e che è rimasta un paese insubordinato, mai ridotto all'obbedienza verso i Savoia né verso il fascismo. "Tunisia" allora diventa sinonimo di paese traditore, abitato da genti incolte che avrebbero potuto addomesticarsi al nostro benevolo dominio di fratelli maggiori, bianchi e cattolici, ma che per qualche motivo incomprensibile hanno scelto di non farlo.
Oggi, la Tunisia è addirittura un paese che si è liberato da sé da un dittatore, contravvenendo a tutte le regole non scritte della diplomazia intercontinentale. Un luogo in cui orde barbare hanno sradicato un padrone senza bisogno di cacciabombardieri decollati dalle nostre illuminate coste, e così facendo hanno sguarnito i confini settentrionali, come per un perfido scherzo, come in quel programma televisivo in cui il VIP di turno si ritrova chiuso in una stanza insieme a una tigre. Che pena che ci fa, quel miliardario tutto preso a sudare di paura di fronte al gigantesco felino. Che pena.
lunedì 9 luglio 2012
Una poesia che dice davvero tutto sulle Langhe
Antenati, di Cesare Pavese
Stupefatto del mondo mi giunse un'età
che tiravo dei pugni nell'aria e piangevo da solo.
Ascoltare i discorsi di uomini e donne
non sapendo rispondere, è poca allegria.
Ma anche questa è passata: non sono più solo
e, se non so rispondere, so farne a meno.
Ho trovato compagni trovando me stesso.
Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto
sempre in uomini saldi, signori di sé,
e nessuno sapeva rispondere e tutti erano calmi.
Due cognati hanno aperti un negozio - la prima fortuna
della nostra famiglia - e l'estraneo era serio,
calcolante, spietato, meschino: una donna.
L'altro, il nostro, in negozio leggeva romanzi
- in paese era molto - e i clienti che entravano
si sentivan rispondere a brevi parole
che lo zucchero no, che il solfato neppure,
che era tutto esaurito. E' accaduto più tardi
che quest'ultimo ha dato una mano al cognato fallito.
A pensar questa gente mi sento più forte
che a guardare lo specchio gonfiando le spalle
e atteggiando le labbra a un sorriso solenne.
E' vissuto mio nonno, remoto nei tempi,
che si fece truffare da un suo contadino
e allora zappò lui le vigne - d'estate -
per vedere un lavoro ben fatto. Così
sono sempre vissuto e ho sempre tenuto
una faccia sicura e pagato di mano.
E le donne non contano nella famiglia.
Voglio dire, le donne da noi stanno in casa
e ci mettono al mondo e non dicono nulla
e non contano nulla e non le ricordiamo.
Ogni donna c'infonde nel sangue qualcosa di nuovo,
ma s'annullano tutte nell'opera e noi,
rinnovati così, siamo i soli a durare.
Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori
- noi, gli uomini, i padri - qualcuno si è ucciso,
ma una sola vergogna non ci ha mai toccato,
non saremo mai donne, mai ombre a nessuno.
Ho trovato una terra trovando i compagni,
una terra cattiva, dov'è un privilegio
non far nulla, pensando al futuro.
Perché il solo lavoro non basta a me e ai miei;
noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande
dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi.
Siamo nati per girovagare su quelle colline,
senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena.
Stupefatto del mondo mi giunse un'etàche tiravo dei pugni nell'aria e piangevo da solo.
Ascoltare i discorsi di uomini e donne
non sapendo rispondere, è poca allegria.
Ma anche questa è passata: non sono più solo
e, se non so rispondere, so farne a meno.
Ho trovato compagni trovando me stesso.
Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto
sempre in uomini saldi, signori di sé,
e nessuno sapeva rispondere e tutti erano calmi.
Due cognati hanno aperti un negozio - la prima fortuna
della nostra famiglia - e l'estraneo era serio,
calcolante, spietato, meschino: una donna.
L'altro, il nostro, in negozio leggeva romanzi
- in paese era molto - e i clienti che entravano
si sentivan rispondere a brevi parole
che lo zucchero no, che il solfato neppure,
che era tutto esaurito. E' accaduto più tardi
che quest'ultimo ha dato una mano al cognato fallito.
A pensar questa gente mi sento più forte
che a guardare lo specchio gonfiando le spalle
e atteggiando le labbra a un sorriso solenne.
E' vissuto mio nonno, remoto nei tempi,
che si fece truffare da un suo contadino
e allora zappò lui le vigne - d'estate -
per vedere un lavoro ben fatto. Così
sono sempre vissuto e ho sempre tenuto
una faccia sicura e pagato di mano.
E le donne non contano nella famiglia.
Voglio dire, le donne da noi stanno in casa
e ci mettono al mondo e non dicono nulla
e non contano nulla e non le ricordiamo.
Ogni donna c'infonde nel sangue qualcosa di nuovo,
ma s'annullano tutte nell'opera e noi,
rinnovati così, siamo i soli a durare.
Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori
- noi, gli uomini, i padri - qualcuno si è ucciso,
ma una sola vergogna non ci ha mai toccato,
non saremo mai donne, mai ombre a nessuno.
Ho trovato una terra trovando i compagni,
una terra cattiva, dov'è un privilegio
non far nulla, pensando al futuro.
Perché il solo lavoro non basta a me e ai miei;
noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande
dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi.
Siamo nati per girovagare su quelle colline,
senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena.
Iscriviti a:
Post (Atom)


