La neve è una di quelle cose che fanno la differenza. La differenza tra chi, pur lavoratore di braccia, non è obbligato a stare all'esterno sotto le intemperie, e chi invece deve continuare ad andare fuori comunque, anche quando la strada diventa molle e si ricopre di schiuma, come se qualcuno avesse strizzato dal cielo una spugna imbevuta di detersivo.
Il carpentiere è un lavoro dignitoso, e infatti nessun carpentiere lavora sotto la neve. I fattorini e i camionisti, quelli guidano al riparo, e possono parcheggiare accanto a un portico, in modo da passare meno tempo possibile con il viso esposto alle intemperie.
I lavoratori delle cucine, poi, potrebbero persino non sapere che nevica. E' sempre estate vicino alla stufa e davanti alla bocca del forno. Un'estate torrida, umida di vapori di glutine e graffiante di spezie, ma pur sempre estate. E il tuo contratto del resto dice che tu sei uno di loro. Un apprendista, certo, uno che sta imparando e che per questo viene pagato ben poco, ma uno di loro. Ai lavoratori delle cucine non servono la giacca imbottita, il motorino, il cappello di lana, i guanti impermeabili. Potrebbero scendere dall'auto in sandali e maglietta, se lo volessero. Dovrebbero solo camminare fino alla porta sul retro, sarebbe quello l'unica parentesi di inverno che incontrerebbero.
No, quest'anno la neve non ti tocca, pensi. Il tuo posto è ora accanto al cuoco, a curvare la schiena sui banchi e sui taglieri, in compagnia delle verdure, dei sughi, dei salumi e dei formaggi, nel mezzo del loro calore. Il capo questo non lo ha ancora capito davvero, e allora tanto vale forzare un po' la mano. Oggi nevica, e al lavoro ci vai in autobus, come tutti i lavoratori che hanno il diritto al riparo.
Ma poi in cucina il telefono inizia a squillare, più battente della neve bagnata che scende fuori. E il cibo si accumula vicino alla porta, mentre le padelle non vedono l'ora di sgravare il loro carico e di darlo alle pance affamate. Nessuno è disposto ad aspettare il suo turno, neanche quando fuori precipita una pioggia marcia e gelata che sembra latte cagliato. Il capo urla e ti manda affanculo. Ti ordina di andare fuori, a piedi, con le tue scarpe da ginnastica e il maglione leggero. Cammini veloce, a passi piccoli, come se avessi una carta gioco infilata in mezzo alle cosce. La barba ti cresce sulle guance come se fosse passato un giorno intero.
mercoledì 16 gennaio 2013
giovedì 10 gennaio 2013
Il buon selvaggio. Di sessismo, pittura ed elezioni
"Il desiderio di instaurare un dialogo con l'altro sesso va inquadrato anche nel gusto più generale per il primitivo, l'incontaminato, gusto che si andava sviluppando sulla scia dei racconti di viaggi, di esploratori e missionari che contribuirono a creare il mito del buon selvaggio. Nei paesi occidentali, nei salotti borghesi, la donna è, per certi aspetti, l'equivalente del buon selvaggio." (da Storia dell'idea femminista in Italia, G. Conti Odorisio)
All'epoca in cui Pellizza da Volpedo dipinse Il Quarto Stato (1901), era in corso in Italia la stesura della prima legge per porre delle limitazioni al lavoro femminile. Le donne nell'industria italiana erano infatti così tante e lavoravano così duro che si temeva una "degenerazione della razza", poiché i bambini nati da operaie erano spesso malformati o malati. Ma il pittore non le rappresentò e preferì optare per la raffigurazione di una madre e di mostrarla mentre incontra la testa del corteo in diagonale, come se fosse arrivata in quel momento, e mentre rivolge lo sguardo all'uomo, che invece avanza con pacifica fermezza verso il futuro. La posizione del Partito Socialista all'epoca era favorevole alle leggi di tutela per le donne lavoratrici, leggi che in realtà, come denunciò Anna Maria Mozzoni, più che tutelare le donne sembravano tutelare la famiglia e la casa, costringendole ad abbandonare i loro posti di lavoro per ritornare dove erano più deboli, cioè nel chiuso delle mura domestiche. Il lavoro, gli scioperi, la lotta operaia erano cose da uomini. Il Quarto Stato sembra abbracciare in pieno questa visione, che del resto era sostenuta dalla stampa socialista che Pellizza Da Volpedo seguiva.
L'uso strumentale de Il Quarto Stato, come si può ben vedere qui sopra, non nasce certo oggi con la lista di Ingroia. Eppure è significativo che proprio quella lista lo utilizzi.
Oggi la questione della discriminazione delle donne viene strumentalizzata forse come mai prima d'ora, da tutte le forze politiche che vanno da Rivoluzione Civile alla destra para-fascista, passando per il Movimento 5 Stelle, per SEL, per il PD e via dicendo. Una questione che viene risolta da quelle che si autodefiniscono forze "di sinistra" con un'insultante spartizione fifty fifty delle nomine e persino - l'ho visto coi miei occhi - del diritto di parola nelle assemblee. La discriminazione diventa un fatto che si può risolvere formalmente, aggiungendo una regoletta alla politica, la regoletta che da sempre i genitori impongono ai figli che condividono i giocattoli: fate un po' per uno. Il paragone con il gioco, un gioco in cui si vincono bei premi, è l'unico che mi viene per descrivere un atteggiamento del genere nei confronti della discriminazione, atteggiamento che però emerge nei confronti di qualunque questione, dal lavoro al rischio per nulla remoto del tracollo economico.
Nei "salotti" di questa "sinistra" i racconti di viaggio sono quelli che parlano delle luminose socialdemocrazie scandinave, luoghi in cui regnano l'onestà e i diritti, e in cui tutto è lineare, trasparente, privo delle ombre che caratterizzano la nostra politica tramacciona. E il buon selvaggio, ancora una volta, proprio come nel XIX secolo, sono le donne. Loro sono innocenza, rettitudine, semplicità. Sono voce, viso, dolci sorrisi, occhi che guardano al domani con autentica limpidezza femminile. Sono belle parole, buoni propositi, certamente idee sincere, di cuore, espresse da chi è ancora una creatura incontaminata.
Dopo due milioni di anni di storia umana, le donne vengono presentate come "il nuovo". E questa assurdità non appare per quello che è - almeno non a tutt* - perché nella storia le donne non ci sono. Seduti sulla trave dell'Empire State Building, in una famosissima fotografia, ci sono degli uomini. E nel cinema sono file interminabili di uomini, piegati nella polvere del West, a costruire la ferrovia. Le donne sono quelle che portano da bere. Le braccia che hanno costruito il mondo sono braccia maschili*.
Ma la sinistra in bancarotta non ha bisogno di verità storiche. Quello che le serve è un lavoro di branding, che renda vergine e pulita la sua immagine. E allora ecco che cosa partoriscono quelle menti vaghe: candidiamo tante donne quanti uomini. Anzi, di più! Diamo loro la precedenza, perché con le loro morbide labbra naturali da cui escono solo parole di pace ci facciano sembrare avanzati e giusti. Eccolo il segreto per sfangare alle elezioni più incerte degli ultimi vent'anni: la femmina.
*In realtà negli spopolati stati del West, in cui c'era bisogno di tutte le forze per portare avanti la colonizzazione e non si poteva escludere nessuno, le donne lavoravano e costruivano eccome, e sapevano anche imbracciare il fucile, il primo strumento, ancora prima della zappa, con il quale si cominciava a lavorare le terre dei nativi. Era tanto importante il ruolo delle donne, all'epoca che furono proprio alcuni stati nordamericani della frontiera, seguiti da quelli della colonizzazione inglese nel Pacifico (Nuova Zelanda e Australia) a riconoscere per primi il diritto di voto alla popolazione femminile.
All'epoca in cui Pellizza da Volpedo dipinse Il Quarto Stato (1901), era in corso in Italia la stesura della prima legge per porre delle limitazioni al lavoro femminile. Le donne nell'industria italiana erano infatti così tante e lavoravano così duro che si temeva una "degenerazione della razza", poiché i bambini nati da operaie erano spesso malformati o malati. Ma il pittore non le rappresentò e preferì optare per la raffigurazione di una madre e di mostrarla mentre incontra la testa del corteo in diagonale, come se fosse arrivata in quel momento, e mentre rivolge lo sguardo all'uomo, che invece avanza con pacifica fermezza verso il futuro. La posizione del Partito Socialista all'epoca era favorevole alle leggi di tutela per le donne lavoratrici, leggi che in realtà, come denunciò Anna Maria Mozzoni, più che tutelare le donne sembravano tutelare la famiglia e la casa, costringendole ad abbandonare i loro posti di lavoro per ritornare dove erano più deboli, cioè nel chiuso delle mura domestiche. Il lavoro, gli scioperi, la lotta operaia erano cose da uomini. Il Quarto Stato sembra abbracciare in pieno questa visione, che del resto era sostenuta dalla stampa socialista che Pellizza Da Volpedo seguiva.
L'uso strumentale de Il Quarto Stato, come si può ben vedere qui sopra, non nasce certo oggi con la lista di Ingroia. Eppure è significativo che proprio quella lista lo utilizzi.
Oggi la questione della discriminazione delle donne viene strumentalizzata forse come mai prima d'ora, da tutte le forze politiche che vanno da Rivoluzione Civile alla destra para-fascista, passando per il Movimento 5 Stelle, per SEL, per il PD e via dicendo. Una questione che viene risolta da quelle che si autodefiniscono forze "di sinistra" con un'insultante spartizione fifty fifty delle nomine e persino - l'ho visto coi miei occhi - del diritto di parola nelle assemblee. La discriminazione diventa un fatto che si può risolvere formalmente, aggiungendo una regoletta alla politica, la regoletta che da sempre i genitori impongono ai figli che condividono i giocattoli: fate un po' per uno. Il paragone con il gioco, un gioco in cui si vincono bei premi, è l'unico che mi viene per descrivere un atteggiamento del genere nei confronti della discriminazione, atteggiamento che però emerge nei confronti di qualunque questione, dal lavoro al rischio per nulla remoto del tracollo economico.
Nei "salotti" di questa "sinistra" i racconti di viaggio sono quelli che parlano delle luminose socialdemocrazie scandinave, luoghi in cui regnano l'onestà e i diritti, e in cui tutto è lineare, trasparente, privo delle ombre che caratterizzano la nostra politica tramacciona. E il buon selvaggio, ancora una volta, proprio come nel XIX secolo, sono le donne. Loro sono innocenza, rettitudine, semplicità. Sono voce, viso, dolci sorrisi, occhi che guardano al domani con autentica limpidezza femminile. Sono belle parole, buoni propositi, certamente idee sincere, di cuore, espresse da chi è ancora una creatura incontaminata.
Dopo due milioni di anni di storia umana, le donne vengono presentate come "il nuovo". E questa assurdità non appare per quello che è - almeno non a tutt* - perché nella storia le donne non ci sono. Seduti sulla trave dell'Empire State Building, in una famosissima fotografia, ci sono degli uomini. E nel cinema sono file interminabili di uomini, piegati nella polvere del West, a costruire la ferrovia. Le donne sono quelle che portano da bere. Le braccia che hanno costruito il mondo sono braccia maschili*.
Ma la sinistra in bancarotta non ha bisogno di verità storiche. Quello che le serve è un lavoro di branding, che renda vergine e pulita la sua immagine. E allora ecco che cosa partoriscono quelle menti vaghe: candidiamo tante donne quanti uomini. Anzi, di più! Diamo loro la precedenza, perché con le loro morbide labbra naturali da cui escono solo parole di pace ci facciano sembrare avanzati e giusti. Eccolo il segreto per sfangare alle elezioni più incerte degli ultimi vent'anni: la femmina.
*In realtà negli spopolati stati del West, in cui c'era bisogno di tutte le forze per portare avanti la colonizzazione e non si poteva escludere nessuno, le donne lavoravano e costruivano eccome, e sapevano anche imbracciare il fucile, il primo strumento, ancora prima della zappa, con il quale si cominciava a lavorare le terre dei nativi. Era tanto importante il ruolo delle donne, all'epoca che furono proprio alcuni stati nordamericani della frontiera, seguiti da quelli della colonizzazione inglese nel Pacifico (Nuova Zelanda e Australia) a riconoscere per primi il diritto di voto alla popolazione femminile.
giovedì 27 dicembre 2012
Non è una crisi per donne
C. fa l'educatrice. Lavora in una comunità per minori, in cui trovano accoglienza ragazzi con varie tipologie di problemi, tra cui anche quelli psichiatrici. La scure dei tagli è arrivata anche lì, in quel luogo che dovrebbe essere un rifugio, un'oasi di serenità per ragazzi e ragazze che hanno bisogno di riprendere fiato e di curarsi le ferite. Di regola, ogni educatore dovrebbe stare solo con due ragazzi alla volta, ma ora sono il doppio e a volte quelli con problemi psichiatrici sono la maggioranza. Qualche mese fa, uno di loro ha piantato una penna della spalla di C.
V. è un'assistente sociale, una di quelle che si prende in carico anche emotivamente i casi di cui si trova ad occuparsi, spesso senza riuscire a dare un vero aiuto. Di recente, i tagli hanno ridotto drasticamente il personale, e V. deve presentarsi in casa delle persone di cui si occupa (e per cui spesso riesce a fare ben poco) completamente da sola. Alcune di queste persone sono malate e disperate.
B. è un caso abbastanza tipico. Disoccupata, si ritrova a coprire i buchi del welfare in famiglia. Lavora instancabilmente, ogni giorno, ma non ha i soldi per andare via di casa e per farsi una vita tutta sua. Sperimenta con decenni di anticipo e senza la possibilità, prima, di costruire per sé, quello che vivono tante donne della generazione schiacciata tra i nipoti senza più asili e i genitori ormai vecchi.
Il capitalismo utilizza la discriminazione contro le donne per rendere più produttive tutte le forze lavoratrici. Lo fa sfruttando le donne in quanto donne dentro le fabbriche, approfittando della loro posizione di maggiore debolezza nella società per piegarle alle condizioni più brutali. Lo fa quando fa sì che, in quanto donne, si ripieghino sui ruoli più tradizionali, quelli della cura, che diventano dei ghetti di lavoro femminile sempre più svalutato, che può essere spremuto fino all'ultima goccia e infine lasciato al volontarismo e al coraggio di quelle che resistono. Lo fa esponendo le donne, senza alcuna remora, alla violenza, sul loro posto di lavoro, nelle strade sempre più affollate di uomini brutalizzati, o a casa, laddove ad attenderle ci sono mariti, padri, compagni, fratelli da cui non possono liberarsi se lo vogliono. La violenza maschile non ha di certo origine nel capitalismo, però peggiora ogni volta che le donne non hanno che la possibilità di raggiungere uno spauracchio di emancipazione. La violenza non avviene perché gli uomini si ribellano contro il fatto che le donne sono diventate più forti, ma perché approfittano del loro essere ancora più deboli, così come è sempre accaduto.
Il femminismo non è uno dei famosi "temi etici", non è una battaglia morale o semplicemente culturale, perché le pastoie che abbiamo legate ai piedi sono concretissime, possiamo quasi vedercele alle caviglie. Sono l'inesistenza di un lavoro degno di questo nome, sono i soldi che mancano, sono la cura e l'assistenza gettate sulle nostre spalle. I deliri di uno stalker integralista cattolico e di un prete misogino non sono pericolosi tanto per le parole che contengono, ma perché la Chiesa a cui appartengono è ancora più forte di noi.
V. è un'assistente sociale, una di quelle che si prende in carico anche emotivamente i casi di cui si trova ad occuparsi, spesso senza riuscire a dare un vero aiuto. Di recente, i tagli hanno ridotto drasticamente il personale, e V. deve presentarsi in casa delle persone di cui si occupa (e per cui spesso riesce a fare ben poco) completamente da sola. Alcune di queste persone sono malate e disperate.
B. è un caso abbastanza tipico. Disoccupata, si ritrova a coprire i buchi del welfare in famiglia. Lavora instancabilmente, ogni giorno, ma non ha i soldi per andare via di casa e per farsi una vita tutta sua. Sperimenta con decenni di anticipo e senza la possibilità, prima, di costruire per sé, quello che vivono tante donne della generazione schiacciata tra i nipoti senza più asili e i genitori ormai vecchi.
Il capitalismo utilizza la discriminazione contro le donne per rendere più produttive tutte le forze lavoratrici. Lo fa sfruttando le donne in quanto donne dentro le fabbriche, approfittando della loro posizione di maggiore debolezza nella società per piegarle alle condizioni più brutali. Lo fa quando fa sì che, in quanto donne, si ripieghino sui ruoli più tradizionali, quelli della cura, che diventano dei ghetti di lavoro femminile sempre più svalutato, che può essere spremuto fino all'ultima goccia e infine lasciato al volontarismo e al coraggio di quelle che resistono. Lo fa esponendo le donne, senza alcuna remora, alla violenza, sul loro posto di lavoro, nelle strade sempre più affollate di uomini brutalizzati, o a casa, laddove ad attenderle ci sono mariti, padri, compagni, fratelli da cui non possono liberarsi se lo vogliono. La violenza maschile non ha di certo origine nel capitalismo, però peggiora ogni volta che le donne non hanno che la possibilità di raggiungere uno spauracchio di emancipazione. La violenza non avviene perché gli uomini si ribellano contro il fatto che le donne sono diventate più forti, ma perché approfittano del loro essere ancora più deboli, così come è sempre accaduto.
Il femminismo non è uno dei famosi "temi etici", non è una battaglia morale o semplicemente culturale, perché le pastoie che abbiamo legate ai piedi sono concretissime, possiamo quasi vedercele alle caviglie. Sono l'inesistenza di un lavoro degno di questo nome, sono i soldi che mancano, sono la cura e l'assistenza gettate sulle nostre spalle. I deliri di uno stalker integralista cattolico e di un prete misogino non sono pericolosi tanto per le parole che contengono, ma perché la Chiesa a cui appartengono è ancora più forte di noi.
Etichette:
crisi,
donne,
femminicidio,
femminismo,
Pontifex,
religione,
sessismo
venerdì 16 novembre 2012
La legalizzazione delle slot mascin
All'indomani di una giornata come quella dello sciopero europeo, la lavoratrice di tastiera si sveglia con il cuore intenerito dalla speranza. Ancora i piedi si muovono al ritmo della musica di stoviglie suonata da una band di educatrici precarie, e le mani frullano nella colazione come se volessero raccontare a tutta la cucina i dettagli di quanto accaduto.
Prima o poi però si torna al lavoro, al computer ormai bolso, appoggiato su due libri perché il contatto con il legno smaltato della scrivania non lo conduca oltre il punto di fusione; ai cataloghi di offerte di lavoro per cui non ho nessuna chance, recapitati ogni mattina dalla mia casella di posta e che una fitta di senso di colpa mi impedisce di etichettare come indesiderati; alle mail dei datori di lavoro che invece mi vogliono, sconosciuti che non sentirò mai parlare nella loro lingua madre e che in uno scarno inglese mi inviano gli elenchi di numeri e parole chiave che un bel momento fruttificheranno nel mio reddito.
Ultimamente le loro lettere si fanno più rade e io mi ritrovo a sentire la mancanza di loro in persona. Ne immagino le figure di giovani startupper, stagliate contro un tramonto mediorientale oppure fieramente sedute nei loro uffici, con maturità, nonostante i capelli ancora neri e le spalle snelle da bagnanti sudeuropei. Perché loro hanno un ufficio, a differenza mia. Devono pur avercelo un ufficio, un luogo in cui sono catalogate voci di spesa come la mia camera in affitto, le mie bollette, i pranzi e le cene. Una stanza con grandi finestre azzurre e mobili chiari per esprimere efficienza e per omaggiare la luminosa nazione virtuale da cui i committenti provengono. Il bianco è il colore di internet, come le mele smangiucchiate dei supporti di lusso, come i template raccomandati per veicolare i Vostri contenuti, come gli immensi spazi vuoti nei quali galleggia il ranking di un sito web.
E nella povertà dei contatti persino una notizia comunicata per dire altro, per esplicitare il tema di un articolo da scrivere, diventa quasi un gesto di affetto. A dicembre la versione virtuale delle slot machine verrà legalizzata anche in Italia. Una notizia insulsa, persino dannosa, che però per me significa con ogni probabilità un nuovo marzo lavorativo, lo scioglimento dei ghiacciai in cui al momento i soldi che potrebbero spettarmi sono intrappolati. So che potrei ritrovarmi a scrivere cataste di articoli con l'obbligo di utilizzare parole come "slot mascin" con la sh, "slot machines" con la esse, "slots machines" con la doppia esse, ma ugualmente sussulto come per un'endovena di entusiasmo.

Essere freelance - non cominciate a balbettare dei "ma" e dei "però". Il mio è davvero un lavoro di scrittura ed è davvero un lavoro freelance, ma è anche, davvero, un lavoro idiota, privo di qualunque utilità sociale e anzi pure nocivo - vuol dire spesso avere un rapporto del tutto distorto con i propri datori di lavoro. I rapporti diventano allo stesso tempo personali e del tutto oscuri. La/Il freelance in molti casi vede solo una porta chiusa, decorata da un logo realizzato probabilmente da un altro freelance come lei/lui (l'annuncio su Odesk diceva così: "I need a logo designed around my company's name since that's my brand. It will need to be something trendy, modern, slick, with a presence. Good examples would be Kenneth Cole, Calvin Klein, Hugo Boss, Apple, etc... For reference please visit my site"). Il datore di lavoro (o il responsabile delle risorse umane) scrive gli ordinativi su dei foglietti che poi infila sotto la porta. Nei momenti vuoti, la/il freelance aspetta con i gomiti sulle ginocchia e immagina la stanza celata dalla porta. A volte sospetta che dietro il logo ci sia una vecchia scrivania di legno, con il computer appoggiato su due libri, proprio come la sua.
La freelance è indotta a pensare di essere tutto sommato in una relazione di parità con il proprio datore di lavoro/committente. Dopotutto, dice a se stessa, anche io per lui sono qualcuno che sta dietro una porta chiusa. Ovviamente non c'è nessuna parità quando il lavoratore non ha il controllo sulla produzione, anche se la produzione è "immateriale". E chi deve inseguire la propria mesata articolo per articolo, briciola per briciola, non ha proprio il controllo di nulla, anche se lo fa "coi suoi tempi", "in autonomia".
Il datore di lavoro diventa semplicemente l'emissario di un'industria i cui unici recapiti conducono a palazzine fitte di nomi situate in qualche arcipelago tax free, oppure ancora a loghi, fotografati dallo spazio, incisi sul mondo perché il mondo stesso, per questi mostri, è solo una mappa da esplorare col mouse. Singoli che si relazionano con singoli, di fronte a un potere economico che fa di tutto per darsi alla macchia, per diventare idea, un qualcosa che si può contestare ma non colpire. La rubrica dei contatti come strumento di lavoro, lo strumento più sterile e innocuo che ci sia. La rete disarma i lavoratori, li fa passare nel tritacarne della produzione più inutile e seriale, riducendoli in poltiglia incapace di esprimere alcunché all'interno dei rapporti economici.
Alcuni si accodano ai megafoni dei freelance d'alto bordo, ritagliandosi un ruolo simbolico, di denuncia. Alcuni inseguono altre lotte. Quasi tutti rimangono comunque dietro quella porta chiusa, a masticare ipotesi tra una keyword e l'altra, inumiditi dal loro lavoro di scantinato.
Qui si discute di umidità e di molte altre cose.
Prima o poi però si torna al lavoro, al computer ormai bolso, appoggiato su due libri perché il contatto con il legno smaltato della scrivania non lo conduca oltre il punto di fusione; ai cataloghi di offerte di lavoro per cui non ho nessuna chance, recapitati ogni mattina dalla mia casella di posta e che una fitta di senso di colpa mi impedisce di etichettare come indesiderati; alle mail dei datori di lavoro che invece mi vogliono, sconosciuti che non sentirò mai parlare nella loro lingua madre e che in uno scarno inglese mi inviano gli elenchi di numeri e parole chiave che un bel momento fruttificheranno nel mio reddito.
Ultimamente le loro lettere si fanno più rade e io mi ritrovo a sentire la mancanza di loro in persona. Ne immagino le figure di giovani startupper, stagliate contro un tramonto mediorientale oppure fieramente sedute nei loro uffici, con maturità, nonostante i capelli ancora neri e le spalle snelle da bagnanti sudeuropei. Perché loro hanno un ufficio, a differenza mia. Devono pur avercelo un ufficio, un luogo in cui sono catalogate voci di spesa come la mia camera in affitto, le mie bollette, i pranzi e le cene. Una stanza con grandi finestre azzurre e mobili chiari per esprimere efficienza e per omaggiare la luminosa nazione virtuale da cui i committenti provengono. Il bianco è il colore di internet, come le mele smangiucchiate dei supporti di lusso, come i template raccomandati per veicolare i Vostri contenuti, come gli immensi spazi vuoti nei quali galleggia il ranking di un sito web.
E nella povertà dei contatti persino una notizia comunicata per dire altro, per esplicitare il tema di un articolo da scrivere, diventa quasi un gesto di affetto. A dicembre la versione virtuale delle slot machine verrà legalizzata anche in Italia. Una notizia insulsa, persino dannosa, che però per me significa con ogni probabilità un nuovo marzo lavorativo, lo scioglimento dei ghiacciai in cui al momento i soldi che potrebbero spettarmi sono intrappolati. So che potrei ritrovarmi a scrivere cataste di articoli con l'obbligo di utilizzare parole come "slot mascin" con la sh, "slot machines" con la esse, "slots machines" con la doppia esse, ma ugualmente sussulto come per un'endovena di entusiasmo.

Essere freelance - non cominciate a balbettare dei "ma" e dei "però". Il mio è davvero un lavoro di scrittura ed è davvero un lavoro freelance, ma è anche, davvero, un lavoro idiota, privo di qualunque utilità sociale e anzi pure nocivo - vuol dire spesso avere un rapporto del tutto distorto con i propri datori di lavoro. I rapporti diventano allo stesso tempo personali e del tutto oscuri. La/Il freelance in molti casi vede solo una porta chiusa, decorata da un logo realizzato probabilmente da un altro freelance come lei/lui (l'annuncio su Odesk diceva così: "I need a logo designed around my company's name since that's my brand. It will need to be something trendy, modern, slick, with a presence. Good examples would be Kenneth Cole, Calvin Klein, Hugo Boss, Apple, etc... For reference please visit my site"). Il datore di lavoro (o il responsabile delle risorse umane) scrive gli ordinativi su dei foglietti che poi infila sotto la porta. Nei momenti vuoti, la/il freelance aspetta con i gomiti sulle ginocchia e immagina la stanza celata dalla porta. A volte sospetta che dietro il logo ci sia una vecchia scrivania di legno, con il computer appoggiato su due libri, proprio come la sua.
La freelance è indotta a pensare di essere tutto sommato in una relazione di parità con il proprio datore di lavoro/committente. Dopotutto, dice a se stessa, anche io per lui sono qualcuno che sta dietro una porta chiusa. Ovviamente non c'è nessuna parità quando il lavoratore non ha il controllo sulla produzione, anche se la produzione è "immateriale". E chi deve inseguire la propria mesata articolo per articolo, briciola per briciola, non ha proprio il controllo di nulla, anche se lo fa "coi suoi tempi", "in autonomia".
Il datore di lavoro diventa semplicemente l'emissario di un'industria i cui unici recapiti conducono a palazzine fitte di nomi situate in qualche arcipelago tax free, oppure ancora a loghi, fotografati dallo spazio, incisi sul mondo perché il mondo stesso, per questi mostri, è solo una mappa da esplorare col mouse. Singoli che si relazionano con singoli, di fronte a un potere economico che fa di tutto per darsi alla macchia, per diventare idea, un qualcosa che si può contestare ma non colpire. La rubrica dei contatti come strumento di lavoro, lo strumento più sterile e innocuo che ci sia. La rete disarma i lavoratori, li fa passare nel tritacarne della produzione più inutile e seriale, riducendoli in poltiglia incapace di esprimere alcunché all'interno dei rapporti economici.
Alcuni si accodano ai megafoni dei freelance d'alto bordo, ritagliandosi un ruolo simbolico, di denuncia. Alcuni inseguono altre lotte. Quasi tutti rimangono comunque dietro quella porta chiusa, a masticare ipotesi tra una keyword e l'altra, inumiditi dal loro lavoro di scantinato.
Qui si discute di umidità e di molte altre cose.
mercoledì 31 ottobre 2012
L'assassinio di Anteo Zamboni
Oggi, 86 anni fa, Anteo Zamboni veniva assassinato. Su questo bambino morto a Bologna nei primi anni del fascismo si sa molto poco. Si sa come è morto, ma non si sa perché. Si sa moltissimo di suo padre, delle sue conoscenze potenti, della Bologna di allora e si sa qualcosa persino sugli intrighi più neri nel nero dei battibecchi familiari tra il fascismo agrario padano - tutto muscoli e omicidi - e quello "normalizzatore" delle istituzioni. Ma di lui non si sa quasi nulla, e questo perché Anteo era, appunto, un bambino, un essere umano che ancora non aveva avuto tempo di lasciare una grande traccia di sé.Nel bellissimo saggio "Attentato al Duce", Brunella della Casa, dell'ISREBO, ricostruisce quanto avvenuto attorno e durante l'attentato per cui Anteo è stato incolpato e istantaneamente ucciso, fornendo anche interessanti ipotesi sulla vera matrice di quell'evento e sul braccio che effettivamente sparò. Ipotesi che cercano di rendere giustizia a una vita stroncata a 15 anni, la vita di un adolescente che non era neanche ancora un ragazzo, che nel giorno della sua morte andò alla parata a vedere il Duce con le spille arrugginite di una vecchia squadra di calcio, trovate nel giardino di casa, appuntate sulla camicia nera da balilla. Assai poco probabilmente un anarchico, molto più probabilmente un bambino.
A quattro anni dalla Marcia su Roma Mussolini aveva deciso di celebrare l'anniversario di un evento tanto importante a Bologna, uno dei luoghi che meglio rappresentavano la sconfitta delle lotte operaie e bracciantili da parte del fascismo e città del quasi podestà Arpinati (venne nominato un paio di mesi dopo), esempio dello squadrismo che sapeva farsi istituzione. I festeggiamenti avvennero in una città passata al pettine della repressione, in cui si era provveduto a incarcerare preventivamente tutti coloro che erano ritenuti in odore di antifascismo. Circa duemila persone. Il Duce aveva seguito un rigido programma di inaugurazioni, ricevimenti, cene, sfilate a cavallo e la sera di quel 31 ottobre si avviava verso la stazione, tra due ali di folla che lo ammiravano mentre imboccava via Indipendenza sull'auto scoperta.
Nell'arco dei 12 mesi precedenti, Mussolini era sopravvissuto a quattro attentati. Erano oltre 3000 i miliziani mobilitati in città per presiedere ad ogni sua apparizione, insieme a migliaia di uomini tra soldati, carabinieri e membri del servizio d'ordine del partito. In quei giorni, gli squadristi portavano in giro per Bologna un manichino impiccato sovrastato dai nomi dei tre attentatori e dell'attentatrice che fino ad allora avevano cercato di uccidere il Duce: Zaniboni, Cappello, Gibson, Lucetti. Le voci che parlavano di un nuovo attentato in preparazione in città erano infatti molte.
Per colpa di uno sparo
All'angolo di via Rizzoli, mentre l'auto rallenta, un colpo di pistola attraversa il bavero della giacca del Duce, scava la stoffa della fascia che porta al petto e fa entrare la luce nel cilindro del sindaco Puppini, al suo fianco sul sedile. Mussolini è voltato nella direzione da cui arriva il colpo e vede distintamente il suo attentatore, che ha superato il cordone di sicurezza che tiene a distanza la folla. Lo descriverà come un uomo ben diverso da Zamboni, il quale invece, in pochi secondi, viene afferrato e accoltellato dagli squadristi per poi essere lasciato già morto in pasto alla folla, che gli rompe i denti, lo morde, lo colpisce, lo strangola.
Nei giorni seguenti, Pio XI dichiara che è ormai evidente la protezione accordata da Dio al Duce. Decine di messe, celebrate da vescovi e cardinali, risuonano nelle basiliche per ringraziare l'Onnipotente della grazia concessa a Mussolini. Neanche una parola viene spesa per Anteo. Di lui, in effetti, quasi nulla giunge al pubblico. La pubblicazione di tutti i giornali di opposizione viene sospesa. Non si deve sapere nulla delle rappresaglie che i fascisti stanno compiendo in tutto il paese e che vanno avanti per giorni fino a quando non è Mussolini stesso a fermare il pogrom. Per difendersi da una di quelle rappresaglie, Emilio Lussu uccide un fascista e verrà condannato al confino a Lipari, da cui poi fuggirà.
Vengono sospesi tutti i passaporti e sono sciolti tutti i partiti, le associazioni e le organizzazioni che si oppongono al fascismo. Viene istituito il Tribunale per la Difesa dello Stato, che applica il codice militare di guerra. E' dichiarato decaduto il mandato di tutti i deputati aventiniani, compresi quelli che, come i comunisti, erano ritornati in Parlamento. Gramsci è arrestato.
Anteo
Nel frattempo a Bologna tutta la famiglia di Anteo fino al secondo grado di parentela viene messa in carcere. Il padre è un ex anarchico da tempo convertito al fascismo, che ha fatto lo stesso percorso di Arpinati e che per questo lo conosce bene. E' convinto di poter essere scagionato in tempi brevi insieme a tutta la sua famiglia grazie all'intervento dell'amico potente. Ma non si può pensare che ad attentare alla vita del Duce sia stato un ragazzino di 15 anni, peraltro, a sentire chi lo conosce, nemmeno molto sveglio. Si da la colpa alla famiglia, nonostante non ci sia alcuna prova di un suo coinvolgimento e un magistrato provi anche a farlo notare. Il padre e la zia di Anteo vengono condannati a 30 anni di prigione. La giustizia fascista si accanisce particolarmente contro Virginia, la zia, che poteva vantare un passato politico assai meno compromettente di quello del padre ma che era una donna nubile, forte, oggetto di maldicenze di ogni genere.
E' un nemico troppo bambino Anteo. Non abbastanza da essere risparmiato dai pugnali, ma troppo per attribuirgli per intero la grandezza di un gesto omicida nei confronti del Duce. Non vengono nemmeno rese pubbliche le sue fotografie, per non mostrare, accanto agli elogi della giustizia sommaria e della repressione politica, un volto che ancora non accenna all'età adulta.
Le indagini condussero a stabilire la presenza, sul luogo dell'attentato, dell'ardito lombardo Albino Volpi, fascista particolarmente sanguinario che fu tra gli esecutori materiali dell'omicidio di Matteotti. Molte testimonianze sostenevano che fosse stato proprio lui a pugnalare per primo Zamboni, per poi defilarsi. Si iniziò a parlare esplicitamente di complotto interno al fascismo, un complotto che faceva capo a Farinacci, che aveva come braccia gli arditi milanesi e come capro espiatorio Anteo, non si sa se coinvolto per puro caso o se invece convinto a partecipare. Le indagini furono bloccate direttamente dal vertice dello stato. Del resto, il regime aveva avuto enormi vantaggi dall'attentato ed era giunta l'ora di fare la pace con quei camerati turbolenti che in fondo nessun danno avevano fatto al fascismo, ma solo bene.
In occasione del decimo anniversario della Marcia su Roma, Virginia e Mammolo chiesero la grazia e questa volta Arpinati prese le loro difese, riuscendo a convincere Mussolini. Subito la famiglia Zamboni iniziò ad adoperarsi per dare ad Anteo una sepoltura che finalmente ne riabilitasse la memoria. Fino ad allora infatti il corpo del ragazzo era rimasto in un terreno sconsacrato fuori dalle mura della Certosa di Bologna. Ma si dovette attendere la liberazione perché fosse deciso di spostare i suoi resti. E con essi si spostò anche la memoria. Anteo non era più la vittima innocente che i familiari avevano sempre descritto, ma divenne un partigiano, il primo partigiano di Bologna, membro di quella che Togliatti definì la "Resistenza silenziosa". Così è ricordato sulla targa che si trova affissa su Palazzo d'Accursio.Ben pochi furono, tuttavia, coloro che furono disposti ad accogliere tra le loro fila la figura ambigua di Anteo, anche fra gli anarchici. Tra gli antifascisti, prevalse sempre l'idea di un ragazzo trovatosi in mezzo a giochi troppo grandi, spazzato via con pochi colpi di coltello in nome di necessità maggiori, legate o alle ragioni del regime (in caso si sostenga l'ipotesi di un falso attentato, architettato per mettere finalmente al bando l'opposizione) o a quelle di una sua dissidenza interna (e in questo caso l'attentato è vero). Solo in tempi più recenti si è iniziato a concepire la possibilità di un giovane uomo pienamente padrone del suo gesto, compiuto in fedeltà a un ideale politico o al contrario in ribellione contro la famiglia e alla ricerca di un'affermazione di sé.
Di certo c'è il fatto che di Anteo Zamboni, assassinato ancora bambino dai fascisti, non rimangono parole, né quasi ricordi. Niente oltre a qualche quaderno di scuola e a una manciata di fotografie, la maggior parte delle quali lo ritraggono già morto*. E che qualunque parola verrà detta su di lui, non sarà mai sua.
*potete trovarle con una velocissima ricerca in rete, ma se siete impressionabili ve le sconsiglio
venerdì 26 ottobre 2012
Prendere atto
Il disoccupato accanto a me è uno che le ha provate davvero tutte. Ogni pista di questa valle desertificata lui l'ha percorsa, più e più volte, medicando il fatalismo lungo la strada come se fosse una caviglia dolorante.
Mi dice: "Bisogna prendere atto che questa insicurezza, questa instancabile indecisione, è uno dei modi con cui ci annichiliscono e ci impediscono di agire. Ci siamo fatti convincere di essere prima di tutto individui, e quindi portatori di diritti inalienabili che ci rendono tutti uguali e allo stesso tempo legittimati ad avere ciò che meritiamo, che è sempre più degli altri. In realtà non siamo per nulla tutti uguali, c'è chi nasce col culo parato e chi no, e così i diritti rimangono formule scritte su un foglio di carta. E nella quasi totalità dei casi nemmeno abbiamo alcuna qualità che ci permetterebbe di salire con qualche ragione sul carro che tanto sogniamo, perché non capiamo nulla di nulla e vivacchiamo nella più ingiustificabile illusione.
"Quella stessa illusione che ci fa maledire l'ingiustizia ogni volta che non ci sentiamo al centro del mondo, che ci fa costruire club pieni di parole d'ordine anche quando ci proclamiamo liberi e libertari; oppure che ci conduce in un isolamento appestato di amarezza, perché nessuno sa capirci e quindi nessuno ci merita; oppure ancora che ci fa sentire inadatti, sempre, come se le sorti di una battaglia dipendessero dalla nostra eloquenza.
"La politica non è qualcosa che si fa con lo spirito di chi vorrebbe allungarsi in ciabatte in ogni angolo del mondo, come se fosse a casa propria. Non adesso. Adesso la si fa con le scarpe robuste e con la paura del futuro negli occhi, accesa come una lanterna.
"Sei rimasta delusa e ora non sai a che santo votarti. Ma è solo perché ti eri illusa che qualcosa fosse davvero sbocciato al di fuori di quella calce avvelenata da cui tu stessa provieni e dalla quale pensavi di esserti allontanata. Non c'è niente al di fuori di quello, niente che non abbia una natura inquinata, infiltrata dal mormorio incessante del capitale, da quella voce che ti vuole sempre diverso e migliore, mai sorella o fratello ma al massimo capace di fraternità.
"Non c'è niente, nemmeno l'idea migliore, che non abbia anche un lato meschino, avido, egoista. L'essere umano cresce piantato nell'ignoranza e nel pregiudizio, e da quel genere di letame non nascono certo generose piante da frutto, con le braccia robuste parallele al terreno. Gli orti de Il ventre di Parigi, che accoglievano la merda della città rastrellata agli angoli dei mercati per trasformarla in cibo fresco e pulito, non esistono da nessuna parte.
"Quello che esiste è invece una truppa con le armi spuntate e la sbornia della barbarie sempre nel sangue. E' questo il nostro tempo, è questo che siamo, e tu non riesci a ricordartelo".
Mi dice: "Bisogna prendere atto che questa insicurezza, questa instancabile indecisione, è uno dei modi con cui ci annichiliscono e ci impediscono di agire. Ci siamo fatti convincere di essere prima di tutto individui, e quindi portatori di diritti inalienabili che ci rendono tutti uguali e allo stesso tempo legittimati ad avere ciò che meritiamo, che è sempre più degli altri. In realtà non siamo per nulla tutti uguali, c'è chi nasce col culo parato e chi no, e così i diritti rimangono formule scritte su un foglio di carta. E nella quasi totalità dei casi nemmeno abbiamo alcuna qualità che ci permetterebbe di salire con qualche ragione sul carro che tanto sogniamo, perché non capiamo nulla di nulla e vivacchiamo nella più ingiustificabile illusione.
"Quella stessa illusione che ci fa maledire l'ingiustizia ogni volta che non ci sentiamo al centro del mondo, che ci fa costruire club pieni di parole d'ordine anche quando ci proclamiamo liberi e libertari; oppure che ci conduce in un isolamento appestato di amarezza, perché nessuno sa capirci e quindi nessuno ci merita; oppure ancora che ci fa sentire inadatti, sempre, come se le sorti di una battaglia dipendessero dalla nostra eloquenza.
"La politica non è qualcosa che si fa con lo spirito di chi vorrebbe allungarsi in ciabatte in ogni angolo del mondo, come se fosse a casa propria. Non adesso. Adesso la si fa con le scarpe robuste e con la paura del futuro negli occhi, accesa come una lanterna.
"Sei rimasta delusa e ora non sai a che santo votarti. Ma è solo perché ti eri illusa che qualcosa fosse davvero sbocciato al di fuori di quella calce avvelenata da cui tu stessa provieni e dalla quale pensavi di esserti allontanata. Non c'è niente al di fuori di quello, niente che non abbia una natura inquinata, infiltrata dal mormorio incessante del capitale, da quella voce che ti vuole sempre diverso e migliore, mai sorella o fratello ma al massimo capace di fraternità.
"Non c'è niente, nemmeno l'idea migliore, che non abbia anche un lato meschino, avido, egoista. L'essere umano cresce piantato nell'ignoranza e nel pregiudizio, e da quel genere di letame non nascono certo generose piante da frutto, con le braccia robuste parallele al terreno. Gli orti de Il ventre di Parigi, che accoglievano la merda della città rastrellata agli angoli dei mercati per trasformarla in cibo fresco e pulito, non esistono da nessuna parte.
"Quello che esiste è invece una truppa con le armi spuntate e la sbornia della barbarie sempre nel sangue. E' questo il nostro tempo, è questo che siamo, e tu non riesci a ricordartelo".
lunedì 22 ottobre 2012
WWWomen
La rete è quel luogo straordinario in cui anche le teorie più bislacche possono trovare sostegno in un blog del Fatto Quotidiano. Giampaolo Colletti appartiene proprio a quella squadra di blogger, ed ha un'idea a dir poco fantasiosa che riguarda le donne e la rete stessa. A volte verrebbe da credere a quanti, tipo Casaleggio, sono posseduti dall'immagine di un world wide web dotato di una propria volontà e di una vanità da divo dell'infotainment, dato che si ottiene tanto più spazio quanto più gli si liscia il pelo. La realtà è che parlare in modo acritico e superficiale della rete in rete equivale, esattamente come accade in televisione, a raggiungere il punto zero dei contenuti, il nulla assoluto, che è proprio il risultato che molte imprese digitali, come ad esempio quelle per cui lavoro, si pongono. Pare infatti che i link sponsorizzati si incollino alla perfezione attorno ai testi che non parlano di nulla.
Tornando al Fatto Quotidiano e a Colletti, mi sono imbattuta in un post che, data la mia posizione lavorativa di picchiatrice di tasti sul web, non poteva non incuriosirmi: "Donne più disoccupate degli uomini, non in Rete". Qui si sostiene che nella crisi le donne se la cavano di gran lunga meglio degli uomini, poiché il loro tasso di occupazione nei primi due semestri del 2012 è aumentato del 1,3%. L'autore tralascia di citare il fatto che l'Italia è agli ultimi posti in Europa (con l'unica eccezione di Malta) per occupazione femminile, che le donne in età lavorativa che effettivamente lavorano nel nostro paese sono meno del 50% e che l'Italia ha ancora un primato europeo, quello della maggiore differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile. Dettagli. La crisi è un momento d'oro per le donne, che a causa di qualche misterioso incantesimo finiscono per trovare lavoro in un momento in cui il lavoro non c'è.
L'incantesimo, secondo Colletti, è la creatività delle donne, il loro istinto di startupper nate, la loro capacità di creare prodotti carini e sfiziosi. A riprova di ciò, cita il caso del sito culinario Giallo Zafferano. Ah che meraviglia queste donne che inventano, creano, si adattano alla nuova congiuntura economica di disgrazia. Mica come gli uomini, che rimangono aggrappati all'idea del posto fisso. E' la narrazione del governo tecnico, che magnifica le gioie del lavoro iper precarizzato perché è moderno, dinamico, giovane. Persino donna. Eccolo il nuovo che avanza.
Ed è proprio questa infatti l'ossessione di Colletti, il quale ha avuto la pensata di fondare un progetto di studio e un sito, WWWorkers, per parlare dei lavoratori e delle lavoratrici (soprattutto delle lavoratrici, dice lui) che decidono di liberarsi di quella noia mortale che è il posto fisso per imprenditorializzarsi e seguire le loro passioni. Lui lo dice davvero! Sì vabbé, qualcuno magari è anche co.co.pro, però la maggior parte sono di sicuro lavoratori a tempo indeterminato, che si sono liberati della schiavitù delle quaranta ore, delle tredicesime e delle quattordicesime, dei congedi familiari e di tutte le altre tutele, per abbracciare l'ignoto. E' questo lo spirito giusto per uscire vivi dalla crisi. Si salveranno gli ottimisti e gli avventurosi, e alla fine sarà un mondo migliore.
La prova di questa tendenza e del fatto che le donne sono in prima fila nel cambiamento, sta nel fatto che le lavoratrici autonome qui da noi sono il 16% del totale, contro una media europea del 10%. Qui il termine "autonome" sembra proprio andare a braccetto con l'emancipazione delle donne, laddove emanciparsi vuol dire lavorare in proprio. Nessuna lampadina che si accende quando il dato sulle lavoratrici autonome italiane viene messo a confronto con quello degli stipendi medi nel nostro paese, che sono i più bassi d'Europa per tutti, ma che per le donne sono il 20% in meno di quelli degli uomini. Nemmeno nominata la Partita IVA, che è il titolo meno romantico delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi, una formula che ormai anche nel mainstream non evoca di certo più la libertà e la realizzazione di sé.
Tuttavia, Colletti continua ad osservare dalla sua finestra la brulicante vita della rete, con il sorriso sulle labbra, lieto di scaldarsi il cuore con la certezza che quel fermento vitale, finalmente, stia conducendo le donne all'emancipazione.
Tornando al Fatto Quotidiano e a Colletti, mi sono imbattuta in un post che, data la mia posizione lavorativa di picchiatrice di tasti sul web, non poteva non incuriosirmi: "Donne più disoccupate degli uomini, non in Rete". Qui si sostiene che nella crisi le donne se la cavano di gran lunga meglio degli uomini, poiché il loro tasso di occupazione nei primi due semestri del 2012 è aumentato del 1,3%. L'autore tralascia di citare il fatto che l'Italia è agli ultimi posti in Europa (con l'unica eccezione di Malta) per occupazione femminile, che le donne in età lavorativa che effettivamente lavorano nel nostro paese sono meno del 50% e che l'Italia ha ancora un primato europeo, quello della maggiore differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile. Dettagli. La crisi è un momento d'oro per le donne, che a causa di qualche misterioso incantesimo finiscono per trovare lavoro in un momento in cui il lavoro non c'è.
L'incantesimo, secondo Colletti, è la creatività delle donne, il loro istinto di startupper nate, la loro capacità di creare prodotti carini e sfiziosi. A riprova di ciò, cita il caso del sito culinario Giallo Zafferano. Ah che meraviglia queste donne che inventano, creano, si adattano alla nuova congiuntura economica di disgrazia. Mica come gli uomini, che rimangono aggrappati all'idea del posto fisso. E' la narrazione del governo tecnico, che magnifica le gioie del lavoro iper precarizzato perché è moderno, dinamico, giovane. Persino donna. Eccolo il nuovo che avanza.
Ed è proprio questa infatti l'ossessione di Colletti, il quale ha avuto la pensata di fondare un progetto di studio e un sito, WWWorkers, per parlare dei lavoratori e delle lavoratrici (soprattutto delle lavoratrici, dice lui) che decidono di liberarsi di quella noia mortale che è il posto fisso per imprenditorializzarsi e seguire le loro passioni. Lui lo dice davvero! Sì vabbé, qualcuno magari è anche co.co.pro, però la maggior parte sono di sicuro lavoratori a tempo indeterminato, che si sono liberati della schiavitù delle quaranta ore, delle tredicesime e delle quattordicesime, dei congedi familiari e di tutte le altre tutele, per abbracciare l'ignoto. E' questo lo spirito giusto per uscire vivi dalla crisi. Si salveranno gli ottimisti e gli avventurosi, e alla fine sarà un mondo migliore.
La prova di questa tendenza e del fatto che le donne sono in prima fila nel cambiamento, sta nel fatto che le lavoratrici autonome qui da noi sono il 16% del totale, contro una media europea del 10%. Qui il termine "autonome" sembra proprio andare a braccetto con l'emancipazione delle donne, laddove emanciparsi vuol dire lavorare in proprio. Nessuna lampadina che si accende quando il dato sulle lavoratrici autonome italiane viene messo a confronto con quello degli stipendi medi nel nostro paese, che sono i più bassi d'Europa per tutti, ma che per le donne sono il 20% in meno di quelli degli uomini. Nemmeno nominata la Partita IVA, che è il titolo meno romantico delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi, una formula che ormai anche nel mainstream non evoca di certo più la libertà e la realizzazione di sé.
Tuttavia, Colletti continua ad osservare dalla sua finestra la brulicante vita della rete, con il sorriso sulle labbra, lieto di scaldarsi il cuore con la certezza che quel fermento vitale, finalmente, stia conducendo le donne all'emancipazione.
Iscriviti a:
Post (Atom)


