martedì 25 novembre 2014

Una storia vera del Pratello

Circa un paio di settimane, fa una ragazza è andata in uno dei bar della zona del Pratello per bere qualcosa. Chissà quante volte l'aveva fatto nella sua vita, alla fine di una settimana di lavoro. Chissà quante volte l'ha fatto ciascun@ di noi.
Qualcuno le offre un bicchiere, lei accetta. Che cazzo, è venerdì sera, domani si può riposare! Ci si può anche permettere un bicchiere in più per prolungare la serata, per rimanere in giro ancora un po' in questo tiepido autunno.
Pochi minuti dopo, il vuoto. Si spengono la coscienza e i ricordi. Quando la coscienza torna è già mattina e la stanza in cui la ragazza si trova è una stanza che non conosce. Non sa com'è ci sia arrivata, non sa in quale punto della città si trovi, non sa di chi sia quella stanza. L'uomo che l'ha portata lì, non c'è. Esce, incerta sulle gambe. Cerca un punto di riferimento nella città in cui vive - quella bella città di portici riparati e di bar affollati in cui per una serata si possono dimenticare gli affanni, in cui si possono trovare compagni per una notte dentro cui pescare ricordi di gioia nelle giornate tristi - che all'improvviso non riconosce più. O peggio, che per la prima volta pensa di conoscere davvero, come se la serenità che percepiva camminando per le sue strade, parlando con gli sconosciuti incontrati una sera, fosse stata la vera incoscienza. Che stupida, si dice. Che pazza idiota. Avrebbe dovuto saperlo. Avrebbe dovuto capirlo, prevederlo, impedirlo. Tornare a casa prima, guardandosi le spalle. Correre fino a casa. Uscire con un amico, qualcuno di fidato. Da sola mai, mai. Da sola si sbaglia, non si è abbastanza forti e intelligenti per stare da sole, per camminare da sole nella propria città, per parlare con chi ci pare, è evidente.
Non sa cosa sia successo quella notte, non ricorda nulla. Sa solo quello che le dice il suo corpo. E forse è anche peggio, perché in quel nulla potrebbe esserci qualunque cosa. L'immaginazione immerge il mestolo nel recipiente più putrido.
Arrivata a casa, telefona a qualcuno. Una voce amica al di là del telefono, c'è ancora nonostante tutto. Racconta quel poco che sa. E' terribile non poter dire nient'altro. "Ignorante", per i bolognesi, è l'insulto peggiore.
Denuncia, le dicono. No. Quel buio è una vergogna troppo grande. Quel non sapere niente di sé. Quel credersi chissà chi, stupida arrogante che pensavi di conoscere il mondo, mentre non ne sai proprio nulla. Che ci sei cascata. Che ti sei fatta fregare come se fossi nata ieri. E ora non sai nemmeno da che cosa ti stai lavando sotto la doccia. Era lui da solo o c'erano anche degli amici? Chi lo sa. Se te lo chiedessero, non sapresti rispondere. Quante volte? Non lo so. Potresti essere incinta? Potresti. Potresti esserti beccata l'Aids? Potresti. Non si può davvero portare tutto questo in cui commissariato di polizia. Non si può davvero sentirsi così stupide e incapaci e fallite in un aula di tribunale. Davanti a quegli sguardi  che dubitano prima, e poi compatiscono e rimproverano. Meglio lasciar perdere. Dopotutto non c'è niente in un quel vuoto. Ci sei solo tu.

venerdì 10 gennaio 2014

Non ci sono generazioni perdute. Una nota di Pavese.

Questa nota di Pavese, datata 1950, è una risposta al giornalista cattolico Carlo Falconi e a un suo articolo sulla narrativa di ispirazione marxista. La riporto (quasi integralmente) perché come tante cose di Pavese scritte in quegli anni mi sembra contenga degli ottimi consigli per il presente.

Per oggi ci preme rilevare la frase che uno "scrittore comunista" ha detto a Falconi intorno alla crisi, all'insufficienza narrativa del nostro tempo: "La nostra è una generazione in un certo senso perduta, e non si può pretendere di più...La nostra testimonianza non può essere che polemica e imperfetta... Domani i nostri figli... potranno essere invece i testimoni liricamente o epicamente sereni, ecc ecc". A noi questa frase ripugna profondamente, e non abbiamo difficoltà a dire il perché. Non ci sono generazioni perdute - ci sono dei lavoratori e dei fannulloni, dei confusionari e delle persone intelligenti. Se anche una sola generazione avesse il destino culturale di riuscire perduta, di sacrificarsi in toto alla successiva, allora per tutte sarebbe così e ci si domanderebbe a che scopo lavorare ancora. Chi non sa di essere felice "qui e ora", non lo sarà mai. E scrivere, sia pure combattendo, vuol dire essere felice. Lo scrittore che non si contenta del suo lavoro nei giorni che gli è toccato di vivere, non è uno scrittore. E siamo certo che non lo sarà nemmeno nel giorno beato in cui la società finalmente socialista gli offrirà i più impeccabili modelli di civismo. Allora troverà che il mondo non è ancora comunista. E così via.
La poesia (anche quella dei neorealisti) non ha nulla a che fare con queste velleità, con queste scappatoie. La poesia è l'immagine "chiara" di ciò che nell'esperienza ci è parso "oscuro", "misterioso", "problematico". In qualunque esperienza. E in qualunque momento storico ci tocchi di vivere.

(Da La Letteratura Americana e altri saggi)

domenica 15 dicembre 2013

Quando non c'erano i #forconi

Ho abbandonato da tempo questo blog al suo destino, ma mi sembra che possa essere utile recuperarlo per rievocare dei ricordi, ricordi punzecchiati dagli eventi recenti e dal dibattito che ne è seguito. Parlo ovviamente dei famigerati forconi e della reazione che hanno suscitato in molti siti di movimento. La discussione sulla necessità di intervenire o meno è a dir poco accesa, e ha prodotto un fiume di articoli con cui è praticamente impossibile restare al passo.


Ebbene, a me i forconi non hanno fatto venire in mente gli eventi di Piazza Statuto del 1962, per niente, e invece mi hanno portato alla mente fatti ben più vicini nel tempo, ma per contrasto. Era il 2011, mese di maggio, quando in Spagna le piazze erano abitate notte e giorno da migliaia di persone, a loro volta ispirate dalle piazze tunisine ed egiziane, e negli Stati Uniti si preparava quel ciclo di lotte che ha portato, due anni dopo, tra le altre cose all'incredibile elezione di una socialista nel consiglio comunale di una metropoli come Seattle.


Dalle nostre parti, a maggio, quell'onda anomala era arrivata in modo appena percepibile, un singhiozzo d'acqua di laguna. Eppure i numeri complessivi delle sconclusionate piazze “indignate” italiane non erano diversi da quelli visti in questi giorni. Sottraete alle mobilitazioni odierne i fasci e i personaggi in odore di criminalità organizzata, e avrete all'incirca i numeri delle acampade nostrane, con l'indiscutibile di più di una distribuzione più capillare, non relegata (sempre nella formula manifestazioni meno fasci) a Torino e a pochi altri sprazzi.


C'erano indubbiamente molta confusione, molta ingenuità e disorganizzazione; ignoranza e populismo, anche, a volte. Ma fascisti non ce n'erano. Non c'erano realtà organizzate che stavano cercando di costruire un fronte sociale reazionario, né imprenditori in Jaguar, né mafiosi, né padroncini vari con in cuore il sogno delle giunte sudamericane. Non c'erano neanche i media, e questo è un punto da tenere a mente.


A Bologna – parlo di quello che è successo qui perché, visto il carattere davvero spontaneo di quelle piccole mobilitazioni, avere un'idea esaustiva di quello che accadeva altrove non era facile – in piazza c'erano studenti universitari e medi, giovani precari, disoccupati, operai, migranti, senzatetto, poveri di ogni tipo. Tra le azioni che avevamo, nel nostro piccolo, compiuto, c'erano iniziative di solidarietà verso i rifugiati che dormivano ai giardini della Montagnola, assemblee di rudimentale auto-coscienza sulle problematiche di genere, gruppi di discussione su temi come precarietà e reddito minimo, sostegni ai presidi anti-sfratto e alle lotte per il diritto all'abitare, assemblee nelle quali erano invitati a portare le loro testimonianze militanti No Tav e operai in lotta.


Il tutto in piazza Maggiore, con un sistema di amplificazione raffazzonato mettendo insieme pezzi dati in prestito da persone comuni e con le cene nelle quali ognuno portava qualcosa, compresi i senzatetto, che quando potevano prendevano qualche merendina in più alla mensa della Caritas. A volte erano degli sconosciuti passanti a portarci qualche panino e un pacco di biscotti. Avevamo persino trovato il modo di fare delle vere e proprie tavolate comuni.


Avevamo una piccola biblioteca di strada e una mostra fotografica, appesa ai muri esterni di Palazzo d'Accursio, e avevamo adornato il monumento ai partigiani di piante vive, che con le loro radici dovevano opporsi alle corone di fiori morenti deposte dalle autorità. Gli spazzini venivano a salutare quelli di noi ancora svegli nel cuore della notte, e poi passavano oltre, senza neanche scendere dal furgoncino. Piazza del Nettuno, nonostante il caos di pentole, cartelli, coperte, teli anti-pioggia, a detta sempre degli stessi spazzini, non era mai stata più pulita.


Noi, poi, avevamo l'assemblea, una cosa che non si è vista, che io sappia, nelle proteste di questi giorni. Tra i forconi bolognesi, per lo meno, so di per certo che l'unico vago scimmiottamento di questa pratica è stato portato da un pittoresco personaggio locale, e non certo dai promotori. Da noi, l'assemblea prendeva le decisioni, ed era davvero aperta e libera da scelte predeterminate, persino troppo. È vero, assomigliava a un raduno di fricchettoni fuori tempo massimo, ma tanto quanto i gruppi che oggi vanno a minacciare i negozianti, tra cui quelli di una libreria di sinistra, sembrano squadracce fasciste.


Militanti politici se ne videro, certo. Erano diversi i/le compagn* che passavano e che avevano voglia di “sporcarsi le mani”. Pochissimi, però, in confronto ai numeri che contavano allora le realtà di movimento bolognesi. Meno ancora le realtà organizzate che erano intervenute, per così dire, mettendoci la faccia. Molt* di noi scrutavano l'orizzonte in attesa di quella stragrande maggioranza di realtà di movimento, con le loro analisi avanzate e la loro capacità organizzativa, che ci ignoravano, insieme al 90% di giornali, radio e tv, anche locali. Continuarono a ignorarci, lanciandoci persino addosso il sospetto di cripto-fascismo, oggi tanto stigmatizzato quando pure in piazza ci sono i fascisti veri. Quel movimento confuso, sconclusionato, ignorante – ma lo eravamo poi tanto? - finì come era iniziato, senza analisi sociologiche o dilanianti discussioni a dirimerne le ambivalenze, quelle sì, proficue.


Ora, perché a due anni di distanza, con i forconi ci si comporta così diversamente? Perché d'improvviso quel movimento che di spontaneo ha davvero poco, che risponde a parole d'ordine reazionarie, che picchia e minaccia, che applaude Forza Nuova e fischia la Fiom, diventa un terreno d'intervento così imprescindibile? Non dico che sia sbagliato intervenire, laddove in piazza ci sono i poveri che Revelli descrive, ma perché ora sì e allora no? Non è che il fatto che su quelle proteste siano accesi tutti i riflettori del paese c'entra qualcosa? Non è che il senso comune di sinistra è finito anche un po' perché in passato è stato ignorato, considerato troppo spurio e irrecuperabile?


È vero, c'è un grande lavoro di rialfabetizzazione da fare e c'era anche allora. Ma allora c'era gente comune – non militanti politici o lavoratori della cultura, ma studenti, operai, disoccupati, lavoratori sepolti nel sotterraneo del nero, senzatetto e migranti – che in piazza, invece della bandiera italiana, spontaneamente, perché sembrava loro un bisogno, portava una biblioteca.



Dedico questa piccola riflessione ad Antonio, il miglior bibliotecario che Piazza Maggiore abbia mai visto.

giovedì 27 giugno 2013

Su Decreto Lavoro e inquietanti coliti

Recupero questo comatoso blog per parlare dell'argomento del giorno, cioè il Decreto Lavoro del governo Letta (o Letame, come l'ho sentito propriamente descrivere da Giorgio Canali).

Ebbene, questo decreto è una merda, senza mezzi termini. E' inutile se non dannoso, perché nei fatti incentiva i datori di lavoro a discriminare i lavoratori sulla base di fattori dettati da nient'altro che il puro intento propagantistico.

Ma quello che mi inquieta non è il decreto in sé (ma che ci si può aspettare da un governo che contiene al suo interno tutte le forze politiche - comprese quelle "tecniche" - che hanno devastato il paese dall'inizio della storia repubblicana?) quanto le reazioni che il decreto ha suscitato, le coliti che ha acutizzato, facendo emergere pulsioni assai spregevoli e che dimostrano quanto poco si riesca a tenere la barra dritta, anche tra coloro che pure si esaltano per le rivolte in giro per il mondo e si definiscono di sinistra.

"Ecco! In Italia studiare non serve a un cazzo" si urla a gran voce. Ma la realtà è che affermare una cosa del genere non è molto diverso da dire "gli immigrati ci rubano il lavoro", è un moto che proviene dalle panze corporative degli istruiti contro quelli che istruiti non sono (o che, per esempio, non hanno un titolo di studio riconosciuto in Italia, anche se magari un diploma ce l'hanno).

La realtà è che studiare in Italia serve eccome. Basta dare un'occhiata velocissima ai dati sulla disoccupazione, qui: se il tasso di disoccupazione in Italia è all'inizio del 2013 al 12.8%, è del 16.2% tra chi ha solo la licenza media, con una punta del 24.9 al sud. Il tasso di disoccupazione decresce costantemente mano a mano che il titolo di studio sale di livello: tra i laureati il tasso è del 7.6, meno della metà rispetto a coloro che hanno solo una licenza media. Quindi, poche balle. La vita è dura, durissima, per tutti, ma studiare in Italia serve, certamente meno che in passato e meno che in altri paesi, ma serve. Serve anche per andarsene a cercare fortuna altrove. I cervelli in fuga sono tali proprio perché in valigia hanno un bel pezzo di carta, altrimenti non sarebbero cervelli ma solo braccia, braccia che andrebbero a competere con altre provenienti da ogni parte del mondo. Le braccia si trovano ai quattro angoli della terra, le università che danno accesso ai migliori Phd del globo invece no.

Eppure la narrazione del laureato avvilito dal suo infame paese, dello startupper nato che però non trova occhi disposti a riconoscerlo, del giovane diamante grezzo in attesa di brillare, sembra aver attecchito ben oltre i confini editoriali nei quali è stata coltivata con abbondante concime (appunto). Sarà perché é una narrazione consolatoria, persino prestigiosa, che regala ai laureati una nobile e onorevole frustrazione (un piccolo "lusso spirituale" da concedersi per sentirsi meglio) che li distingua allo stesso tempo dalla mediocrità della vita fantozziana da colletti bianchi, e anche dalla plebaglia dequalificata che magari vota pure Berlusconi.

Magari è solo un minuscolo riflesso addominale, magari è che in tanti hanno una dieta troppo ricca di fibre. O magari no.

venerdì 22 marzo 2013

Le possibilità della lotta

Ho pensato tanto a te oggi, amico mio. Oggi c'è lo sciopero dei tuoi vecchi colleghi, di quell'epoca in cui eri così clandestino che per lavorare avevi dovuto fingerti un altro. 

A Piacenza quelli che facevano come te sono finiti assunti coi documenti veri, in regola. Niente CIE, né giudici, né rimpatri. Quella loro bugia necessaria cancellata dalla memoria vendicativa dei datori di lavoro e delle forze dell'ordine, e conservata solo tra le memorie utili, per ricordare per quali strade pericolose si cammina quando si è costretti.

Se fossi stato anche tu tra di loro, la tua vita sarebbe stata diversa. Non avresti dovuto scappare, con il motorino rotto e una gamba ferita dopo un incidente. Non avresti dovuto pregare per tenerti il più misero dei posti di lavoro. Se sei solo, i guai iniziano a bisbigliarti nelle orecchie ed è facile confondere quel mormorio incessante con quello delle persone pie. Alla fine hai cominciato a mormorare tutto il giorno anche tu. E poi c'è stato il sindacato. Quello che hai scelto, nonostante tutta la sua storia e le sue grandi bandiere rosse, era certamente quello sbagliato. E' stato quel sindacato a darti la prova più convincente che tutto è nelle mani di Dio.

Forse, se tu fossi stato tra quei lavoratori, ti saresti sposato. E magari a quest'ora avresti anche i bambini che desideravi. Invece sei da qualche parte a studiare da prete e a spendere i tuoi ultimi capelli neri in cambio di un disegno celeste in fondo al quale, in un luogo imperscrutabile, dovrebbe finalmente trovarsi la giustizia.

Quando ci siamo conosciuti eri il più ottimista degli ottimisti, mentre non è ottimismo quello che hai ora. E' solo l'ultimo giro della speranza prima che la giostra chiuda. E' l'ultima possibilità degli uomini e delle donne soli, che non hanno attorno altre braccia e altre gambe che non siano le loro. Tante braccia possono fermare un camion, e poi un altro e un altro ancora. Possono fermarli anche tutti. Possono fare qualunque cosa.

venerdì 8 marzo 2013

Quando le donne fanno la rivoluzione: un'intervista sull'Egitto, sulla repressione e su chi si organizza per affrontarla

 Tutti i grandi cambiamenti storici sono avvenuti per mano di donne e uomini, da sempre. E tuttavia all'interno di quei cambiamenti le donne non devono lottare solo per portare avanti le loro idee, ma anche, spesso, semplicemente per poter essere presenti, per avere un luogo in cui lottare. E nella lotta devono anche combattere un'ulteriore battaglia, quella della memoria, quella che vorrebbe tramandare il loro contributo alla storia solo come contributo di madri o mogli di martiri, per sempre ricoperte dalla cappa del lutto e della celebrazione, che isola, rende mute e invisibili.

Oggi le donne egiziane scendono in piazza per chiarire ancora una volta che non vogliono essere zittite, né dalle torture inflitte loro nelle piazze o nelle caserme, né da un apparato di potere che già cerca di cancellare la memoria della loro presenza attiva nella rivoluzione.

Ho intervistato T., un ragazzo italo-egiziano che, dopo alcuni viaggi di studio, ha al momento deciso di rimanere al Cairo anche per continuare a fare la sua parte nella rivoluzione. Oggi è membro di Operation Anti-Sexual Harassment/Assault (qui la loro pagina Facebook e qui il loro profilo Twitter), un gruppo attivo al Cairo che cerca di fronteggiare la repressione in atto contro le donne. 
 
Com'è nata l'esperienza di Operation Anti-Sexual Harassment/Assault?

Il gruppo è nato dall'esigenza di fronteggiare gli attacchi in piazza, un nucleo di attivisti si è riunito in un'assemblea iniziale, in cui sono state stabilite le esigenze e il tipo di intervento, poi è stato lanciato un gruppo Facebook, tramite il quale chiunque volesse aderire all'iniziativa si può presentare alle assemblee dove si viene istruiti e si provano tattiche e strategie. Lo scopo del gruppo è salvaguardare la presenza naturale delle donne in piazza durante le manifestazioni.


Quanti siete e come si articola al momento questa operazione?
 
Il numero è estremamente variabile cambia da assemblea ad assemblea anche a seconda di quanti casi ci sono stati nei giorni precedenti l'assemblea. Io faccio parte del gruppo di interventi e l'ultima volta in cui sono sceso in piazza eravamo due gruppi di 25 persone circa. Rimane il fatto che i gruppi d'intervento non sono che l'appendice di una operazione più grande fatta di attivisti che magari non scendono in piazza, ma che hanno disegnato le nostre magliette o che ci aiutano a raccogliere fondi. Senza contare quelli incaricati di tranquillizzare e confortare le vittime degli attacchi.  
 
Come siete organizzati durante le manifestazioni e quali sono le azioni che portate avanti al di là di esse?
Le nostre azioni sono sempre dei contro interventi, non facciamo operazioni di polizia interna, quando avvengono degli attacchi ci portiamo al limitare dell'area della folla che sta cercando di molestare/violentare la persona in questione e utilizzando delle tattiche dissuasione e dispersione della folla ci facciamo largo nel gruppo di assalitori fino a recuperare la ragazza che viene poi portata al sicuro in un luogo che è sconosciuto persino a noi del gruppo di intervento, onde evitare infiltrati e rappresaglie. Al di là degli interventi durante le manifestazioni ci sono le assemblee in cui proviamo le manovre di salvataggio e recupero, se così si possono definire, le donne che fanno parte dei gruppi addetti a rassicurare e confortare la vittima e controllare il bisogno di intervento medico vengono preparate in maniera specifica da alcuni attivist*, in stanze separate dalle nostre quindi non so in cosa consista esattamente la loro preparazione.

Avete ricevuto delle minacce e degli attacchi?
 
Non il nostro gruppo fortunatamente, un gruppo parallelo che si occupa dello stesso problema, ma con un altro approccio, è stato identificato seguito e attaccato nel momento assembleale, le donne sono state pesantemente molestate e gli uomini malmenati. Questo chiaramente ci invita alla prudenza. 
 
Pensi/pensate che gli attacchi contro le donne nelle piazze egiziane siano parte di un progetto e pensi che ci siano un'organizzazione e una direzione?

Penso che ormai sia sciocco pensare il contrario, gli attacchi avvengono sempre nelle stesse posizioni geografiche della piazza, sempre con le stesse modalità. Hanno come scopo l' intimidazione, spingono le donne a non partecipare, a partecipare meno o ad avere paura e a non sentirsi tranquille quando partecipano. Certo è opportuno ammettere che il problema è sociale e che gli attacchi hanno successo e sono efficaci perchè aumentanoesponenzialmente il bacino di interesse una volta scaturiti, ogni osservatore o passante può diventare un assalitore. E' chiaro a mio avviso che se da un lato abbiamo delle azioni e delle strategie precise di attacco alle donne che vogliono partecipare alla vita politica della piazza dall'altro abbiamo un evidente problema per cui molti giovani uomini vedono la sessualità come forma di punizione e umiliazione sociale.
 
C'è stata un escalation in questo tipo di attacchi? Come si inseriscono, secondo te, negli eventi del processo rivoluzionario egiziano?
 
Il primo di questi attacchi è stato ai danni di una giornalista straniera, credo americana, il giorno delle dimissioni di Mubarak, giorno in cui la piazza è stata aperta anche ai non militanti, in modo che tutti potessero celebrare la "vittoria" della rivoluzione. Personalmente non ho creduto subito a questo tipo di storie, sia per il modo in cui è stata raccontata sia per l'assenza di qualsiasi forma di molestia nei 18 giorni di occupazione della piazza, c'è stata per un certo periodo di tempo una certa riluttanza ad accettare l'idea che le cose fossero diverse dai 18 giorni. Poi c'è stato l' 8 marzo ( nel 2011), in cui le donne sono state attaccate da gruppi di islamisti, e infine oggi in questi giorni gli attacchi sono sistematici, e l'escalation è evidente.
 
Ho letto (qui) che la violenza sessuale contro le manifestanti era una prassi utilizzata già dal regime di Mubarak, che ora viene semplicemente pagata da un'altra tasca. Sei d'accordo?

 Bisogna tenere presente che io non ho visttuo a lungo l'era Mubarak. Le molestie sessuali sono una bruttissima forma di repressione delle donne che nella società egiziana è presente da anni. Mubarak avendo fallito nel rispondere alle vere esigenze della popolazione è senz'altro responsabile di questo tipo di cambiamento sociale. Quanto all'utilizzo della molestia sessuale come strategia di intimidazione politica, è cosa nota che avvenga tra le polizie di tutto il mondo, e la polizia di Mubarak non faceva certo eccezione. Invece gli attacchi di massa ad una ragazza, che finiscono a volte con lo stupro sono a mio avviso un'altra cosa. Sono modalità che non ho mai visto prima, non penso che gli assalitori siano tutti pagati, forse qualche provocatore, quanto alle armi ( coltelli, tasers, rasoi) che alcuni di essi utilizzano non sono nè costose, nè difficilmente reperibili in Egitto. Senz'altro abbiamo già visto questo tipo di violenza concertata contro le donne già durante il regime militare che ha "retto " il paese fino alle elezioni presidenziali.
 
In questo articolo si sostiene l'esistenza di un tentativo, da parte delle forze attualmente al potere in Egitto, di relegare la rivoluzione ai 18 giorni del gennaio-febbraio 2011, negando, così, l'essenza rivoluzionaria delle proteste successive a quelle date. Pensi che i terribili episodi di violenza del 25 gennaio di quest'anno si inseriscano in questo quadro? Che servano anche per creare agli occhi dell'opinione pubblica un “epoca d'oro” della rivoluzione, contro un presente che è invece solo disordine e sofferenza? La costruzione del mito della rivoluzione egiziana del 2011 (quella che si vuole relegata a quelle giornate del 2011) è già pienamente in corso: che ruolo hanno le donne in questo mito?

La reazione ad ogni rivoluzione in corso è quella di celebrarne la vittoria e dichiararla conclusa, è un modo per fermare il processo rivoluzionario, già i militari dello SCAF definivano "Gloriosa" la rivoluzione e parlandone al passato fallivano nell'interpretarne il significato e la portata sociale. La costruzione del mito della rivoluzione significa cristallizarla e dichiararne adempiute le aspettative. Ovviamente siamo molto lontani dalla conclusione di questo processo rivoluzionario. Le donne in questa rivoluzione vengono cristallizate nel ruolo di madri dei martiri. Nessuno ai piani alti sembra ricordarsi delle molte donne velate, non velate e munaqabat ( con il velo integrale che copre il volto) che hanno manifestato e manifestano tutt'ora il proprio dissenso.
Ho letto (qui) una vostra accusa rivolta ai partiti e ai gruppi rivoluzionari, che sarebbero indifferenti rispetto ai pericoli che corrono i manifestanti e le donne in particolare. Puoi parlarmi dei motivi di questa accusa? 
 
 No, non posso parlare di dichiarazioni fatte da altri. Per quanto mi riguarda la nozione stessa di partito rivoluzionario è un ossimoro. I gruppi rivoluzionari invece si occupano della propria difesa anche tramite iniziative come la nostra. Di certo le opposizioni potrebbero fare di più nei confronti della propria base e anche degli anonimi rivoluzionari che hanno un nome solo dopo essere stati uccisi dalla polizia o dalle milizie e dichiarati martiri.

mercoledì 16 gennaio 2013

L'apprendista

La neve è una di quelle cose che fanno la differenza. La differenza tra chi, pur lavoratore di braccia, non è obbligato a stare all'esterno sotto le intemperie, e chi invece deve continuare ad andare fuori comunque, anche quando la strada diventa molle e si ricopre di schiuma, come se qualcuno avesse strizzato dal cielo una spugna imbevuta di detersivo.

Il carpentiere è un lavoro dignitoso, e infatti nessun carpentiere lavora sotto la neve. I fattorini e i camionisti, quelli guidano al riparo, e possono parcheggiare accanto a un portico, in modo da passare meno tempo possibile con il viso esposto alle intemperie.

I lavoratori delle cucine, poi, potrebbero persino non sapere che nevica. E' sempre estate vicino alla stufa e davanti alla bocca del forno. Un'estate torrida, umida di vapori di glutine e graffiante di spezie, ma pur sempre estate. E il tuo contratto del resto dice che tu sei uno di loro. Un apprendista, certo, uno che sta imparando e che per questo viene pagato ben poco, ma uno di loro. Ai lavoratori delle cucine non servono la giacca imbottita, il motorino, il cappello di lana, i guanti impermeabili. Potrebbero scendere dall'auto in sandali e maglietta, se lo volessero. Dovrebbero solo camminare fino alla porta sul retro, sarebbe quello l'unica parentesi di inverno che incontrerebbero.

No, quest'anno la neve non ti tocca, pensi. Il tuo posto è ora accanto al cuoco, a curvare la schiena sui banchi e sui taglieri, in compagnia delle verdure, dei sughi, dei salumi e dei formaggi, nel mezzo del loro calore. Il capo questo non lo ha ancora capito davvero, e allora tanto vale forzare un po' la mano. Oggi nevica, e al lavoro ci vai in autobus, come tutti i lavoratori che hanno il diritto al riparo.

Ma poi in cucina il telefono inizia a squillare, più battente della neve bagnata che scende fuori. E il cibo si accumula vicino alla porta, mentre le padelle non vedono l'ora di sgravare il loro carico e di darlo alle pance affamate. Nessuno è disposto ad aspettare il suo turno, neanche quando fuori precipita una pioggia marcia e gelata che sembra latte cagliato. Il capo urla e ti manda affanculo. Ti ordina di andare fuori, a piedi, con le tue scarpe da ginnastica e il maglione leggero. Cammini veloce, a passi piccoli, come se avessi una carta gioco infilata in mezzo alle cosce. La barba ti cresce sulle guance come se fosse passato un giorno intero.


giovedì 10 gennaio 2013

Il buon selvaggio. Di sessismo, pittura ed elezioni

"Il desiderio di instaurare un dialogo con l'altro sesso va inquadrato anche nel gusto più generale per il primitivo, l'incontaminato, gusto che si andava sviluppando sulla scia dei racconti di viaggi, di esploratori e missionari che contribuirono a creare il mito del buon selvaggio. Nei paesi occidentali, nei salotti borghesi, la donna è, per certi aspetti, l'equivalente del buon selvaggio." (da Storia dell'idea femminista in Italia, G. Conti Odorisio)

All'epoca in cui Pellizza da Volpedo dipinse Il Quarto Stato (1901), era in corso in Italia la stesura della prima legge per porre delle limitazioni al lavoro femminile. Le donne nell'industria italiana erano infatti così tante e lavoravano così duro che si temeva una "degenerazione della razza", poiché i bambini nati da operaie erano spesso malformati o malati. Ma il pittore non le rappresentò e preferì optare per la raffigurazione di una madre e di mostrarla mentre incontra la testa del corteo in diagonale, come se fosse arrivata in quel momento, e mentre rivolge lo sguardo all'uomo, che invece avanza con pacifica fermezza verso il futuro. La posizione del Partito Socialista all'epoca era favorevole alle leggi di tutela per le donne lavoratrici, leggi che in realtà, come denunciò Anna Maria Mozzoni, più che tutelare le donne sembravano tutelare la famiglia e la casa, costringendole ad abbandonare i loro posti di lavoro per ritornare dove erano più deboli, cioè nel chiuso delle mura domestiche. Il lavoro, gli scioperi, la lotta operaia erano cose da uomini. Il Quarto Stato sembra abbracciare in pieno questa visione, che del resto era sostenuta dalla stampa socialista che Pellizza Da Volpedo seguiva.


L'uso strumentale de Il Quarto Stato, come si può ben vedere qui sopra, non nasce certo oggi con la lista di Ingroia. Eppure è significativo che proprio quella lista lo utilizzi.

Oggi la questione della discriminazione delle donne viene strumentalizzata forse come mai prima d'ora, da tutte le forze politiche che vanno da Rivoluzione Civile alla destra para-fascista, passando per il Movimento 5 Stelle, per SEL, per il PD e via dicendo. Una questione che viene risolta da quelle che si autodefiniscono forze "di sinistra" con un'insultante spartizione fifty fifty delle nomine e persino - l'ho visto coi miei occhi - del diritto di parola nelle assemblee. La discriminazione diventa un fatto che si può risolvere formalmente, aggiungendo una regoletta alla politica, la regoletta che da sempre i genitori impongono ai figli che condividono i giocattoli: fate un po' per uno. Il paragone con il gioco, un gioco in cui si vincono bei premi, è l'unico che mi viene per descrivere un atteggiamento del genere nei confronti della discriminazione, atteggiamento che però emerge nei confronti di qualunque questione, dal lavoro al rischio per nulla remoto del tracollo economico.

Nei "salotti" di questa "sinistra" i racconti di viaggio sono quelli che parlano delle luminose socialdemocrazie scandinave, luoghi in cui regnano l'onestà e i diritti, e in cui tutto è lineare, trasparente, privo delle ombre che caratterizzano la nostra politica tramacciona. E il buon selvaggio, ancora una volta, proprio come nel XIX secolo, sono le donne. Loro sono innocenza, rettitudine, semplicità. Sono voce, viso, dolci sorrisi, occhi che guardano al domani con autentica limpidezza femminile. Sono belle parole, buoni propositi, certamente idee sincere, di cuore, espresse da chi è ancora una creatura incontaminata.

Dopo due milioni di anni di storia umana, le donne vengono presentate come "il nuovo". E questa assurdità non appare per quello che è - almeno non a tutt* - perché nella storia le donne non ci sono. Seduti sulla trave dell'Empire State Building, in una famosissima fotografia, ci sono degli uomini. E nel cinema sono file interminabili di uomini, piegati nella polvere del West, a costruire la ferrovia. Le donne sono quelle che portano da bere. Le braccia che hanno costruito il mondo sono braccia maschili*.


Ma la sinistra in bancarotta non ha bisogno di verità storiche. Quello che le serve è un lavoro di branding, che renda vergine e pulita la sua immagine. E allora ecco che cosa partoriscono quelle menti vaghe: candidiamo tante donne quanti uomini. Anzi, di più! Diamo loro la precedenza, perché con le loro morbide labbra naturali da cui escono solo parole di pace ci facciano sembrare avanzati e giusti. Eccolo il segreto per sfangare alle elezioni più incerte degli ultimi vent'anni: la femmina.

*In realtà negli spopolati stati del West, in cui c'era bisogno di tutte le forze per portare avanti la colonizzazione e non si poteva escludere nessuno, le donne lavoravano e costruivano eccome, e sapevano anche imbracciare il fucile, il primo strumento, ancora prima della zappa, con il quale si cominciava a lavorare le terre dei nativi. Era tanto importante il ruolo delle donne, all'epoca che furono proprio alcuni stati nordamericani della frontiera, seguiti da quelli della colonizzazione inglese nel Pacifico (Nuova Zelanda e Australia) a riconoscere per primi il diritto di voto alla popolazione femminile.



giovedì 27 dicembre 2012

Non è una crisi per donne

C. fa l'educatrice. Lavora in una comunità per minori, in cui trovano accoglienza ragazzi con varie tipologie di problemi, tra cui anche quelli psichiatrici. La scure dei tagli è arrivata anche lì, in quel luogo che dovrebbe essere un rifugio, un'oasi di serenità per ragazzi e ragazze che hanno bisogno di riprendere fiato e di curarsi le ferite. Di regola, ogni educatore dovrebbe stare solo con due ragazzi alla volta, ma ora sono il doppio e a volte quelli con problemi psichiatrici sono la maggioranza. Qualche mese fa, uno di loro ha piantato una penna della spalla di C.

V. è un'assistente sociale, una di quelle che si prende in carico anche emotivamente i casi di cui si trova ad occuparsi, spesso senza riuscire a dare un vero aiuto. Di recente, i tagli hanno ridotto drasticamente il personale, e V. deve presentarsi in casa delle persone di cui si occupa (e per cui spesso riesce a fare ben poco) completamente da sola. Alcune di queste persone sono malate e disperate.

B. è un caso abbastanza tipico. Disoccupata, si ritrova a coprire i buchi del welfare in famiglia. Lavora instancabilmente, ogni giorno, ma non ha i soldi per andare via di casa e per farsi una vita tutta sua. Sperimenta con decenni di anticipo e senza la possibilità, prima, di costruire per sé, quello che vivono tante donne della generazione schiacciata tra i nipoti senza più asili e i genitori ormai vecchi.

Il capitalismo utilizza la discriminazione contro le donne per rendere più produttive tutte le forze lavoratrici. Lo fa sfruttando le donne in quanto donne dentro le fabbriche, approfittando della loro posizione di maggiore debolezza nella società per piegarle alle condizioni più brutali. Lo fa quando fa sì che, in quanto donne, si ripieghino sui ruoli più tradizionali, quelli della cura, che diventano dei ghetti di lavoro femminile sempre più svalutato, che può essere spremuto fino all'ultima goccia e infine lasciato al volontarismo e al coraggio di quelle che resistono. Lo fa esponendo le donne, senza alcuna remora, alla violenza, sul loro posto di lavoro, nelle strade sempre più affollate di uomini brutalizzati, o a casa, laddove ad attenderle ci sono mariti, padri, compagni, fratelli da cui non possono liberarsi se lo vogliono. La violenza maschile non ha di certo origine nel capitalismo, però peggiora ogni volta che le donne non hanno che la possibilità di raggiungere uno spauracchio di emancipazione. La violenza non avviene perché gli uomini si ribellano contro il fatto che le donne sono diventate più forti, ma perché approfittano del loro essere ancora più deboli, così come è sempre accaduto.

Il femminismo non è uno dei famosi "temi etici", non è una battaglia morale o semplicemente culturale, perché le pastoie che abbiamo legate ai piedi sono concretissime, possiamo quasi vedercele alle caviglie. Sono l'inesistenza di un lavoro degno di questo nome, sono i soldi che mancano, sono la cura e l'assistenza gettate sulle nostre spalle. I deliri di uno stalker integralista cattolico e di un prete misogino non sono pericolosi tanto per le parole che contengono, ma perché la Chiesa a cui appartengono è ancora più forte di noi.


venerdì 16 novembre 2012

La legalizzazione delle slot mascin

All'indomani di una giornata come quella dello sciopero europeo, la lavoratrice di tastiera si sveglia con il cuore intenerito dalla speranza. Ancora i piedi si muovono al ritmo della musica di stoviglie suonata da una band di educatrici precarie, e le mani frullano nella colazione come se volessero raccontare a tutta la cucina i dettagli di quanto accaduto.

Prima o poi però si torna al lavoro, al computer ormai bolso, appoggiato su due libri perché il contatto con il legno smaltato della scrivania non lo conduca oltre il punto di fusione; ai cataloghi di offerte di lavoro per cui non ho nessuna chance, recapitati ogni mattina dalla mia casella di posta e che una fitta di senso di colpa mi impedisce di etichettare come indesiderati; alle mail dei datori di lavoro che invece mi vogliono, sconosciuti che non sentirò mai parlare nella loro lingua madre e che in uno scarno inglese mi inviano gli elenchi di numeri e parole chiave che un bel momento fruttificheranno nel mio reddito.

Ultimamente le loro lettere si fanno più rade e io mi ritrovo a sentire la mancanza di loro in persona. Ne immagino le figure di giovani startupper, stagliate contro un tramonto mediorientale oppure fieramente sedute nei loro uffici, con maturità, nonostante i capelli ancora neri e le spalle snelle da bagnanti sudeuropei. Perché loro hanno un ufficio, a differenza mia. Devono pur avercelo un ufficio, un luogo in cui sono catalogate voci di spesa come la mia camera in affitto, le mie bollette, i pranzi e le cene. Una stanza con grandi finestre azzurre e mobili chiari per esprimere efficienza e per omaggiare la luminosa nazione virtuale da cui i committenti provengono. Il bianco è il colore di internet, come le mele smangiucchiate dei supporti di lusso, come i template raccomandati per veicolare i Vostri contenuti, come gli immensi spazi vuoti nei quali galleggia il ranking di un sito web. 

E nella povertà dei contatti persino una notizia comunicata per dire altro, per esplicitare il tema di un articolo da scrivere, diventa quasi un gesto di affetto. A dicembre la versione virtuale delle slot machine verrà legalizzata anche in Italia. Una notizia insulsa, persino dannosa, che però per me significa con ogni probabilità  un nuovo marzo lavorativo, lo scioglimento dei ghiacciai in cui al momento i soldi che potrebbero spettarmi sono intrappolati. So che potrei ritrovarmi a scrivere cataste di articoli con l'obbligo di utilizzare parole come "slot mascin" con la sh, "slot machines" con la esse, "slots machines" con la doppia esse, ma ugualmente sussulto come per un'endovena di entusiasmo. 


Essere freelance - non cominciate a balbettare dei "ma" e dei "però". Il mio è davvero un lavoro di scrittura ed è davvero un lavoro freelance, ma è anche, davvero, un lavoro idiota, privo di qualunque utilità sociale e anzi pure nocivo - vuol dire spesso avere un rapporto del tutto distorto con i propri datori di lavoro. I rapporti diventano allo stesso tempo personali e del tutto oscuri. La/Il freelance in molti casi vede solo una porta chiusa, decorata da un logo realizzato probabilmente da un altro freelance come lei/lui (l'annuncio su Odesk diceva così: "I need a logo designed around my company's name since that's my brand. It will need to be something trendy, modern, slick, with a presence. Good examples would be Kenneth Cole, Calvin Klein, Hugo Boss, Apple, etc... For reference please visit my site"). Il datore di lavoro (o il responsabile delle risorse umane) scrive gli ordinativi su dei foglietti che poi infila sotto la porta. Nei momenti vuoti, la/il freelance aspetta con i gomiti sulle ginocchia e immagina la stanza celata dalla porta. A volte sospetta che dietro il logo ci sia una vecchia scrivania di legno, con il computer appoggiato su due libri, proprio come la sua. 

La freelance è indotta a pensare di essere tutto sommato in una relazione di parità con il proprio datore di lavoro/committente. Dopotutto, dice a se stessa, anche io per lui sono qualcuno che sta dietro una porta chiusa. Ovviamente non c'è nessuna parità quando il lavoratore non ha il controllo sulla produzione, anche se la produzione è "immateriale". E chi deve inseguire la propria mesata articolo per articolo, briciola per briciola, non ha proprio il controllo di nulla, anche se lo fa "coi suoi tempi", "in autonomia".

Il datore di lavoro diventa semplicemente l'emissario di un'industria i cui unici recapiti conducono a palazzine fitte di nomi situate in qualche arcipelago tax free, oppure ancora a loghi, fotografati dallo spazio, incisi sul mondo perché il mondo stesso, per questi mostri, è solo una mappa da esplorare col mouse. Singoli che si relazionano con singoli, di fronte a un potere economico che fa di tutto per darsi alla macchia, per diventare idea, un qualcosa che si può contestare ma non colpire. La rubrica dei contatti come strumento di lavoro, lo strumento più sterile e innocuo che ci sia. La rete disarma i lavoratori, li fa passare nel tritacarne della produzione più inutile e seriale, riducendoli in poltiglia incapace di esprimere alcunché all'interno dei rapporti economici.

Alcuni si accodano ai megafoni dei freelance d'alto bordo, ritagliandosi un ruolo simbolico, di denuncia. Alcuni inseguono altre lotte. Quasi tutti rimangono comunque dietro quella porta chiusa, a masticare ipotesi tra una keyword e l'altra, inumiditi dal loro lavoro di scantinato.

Qui si discute di umidità e di molte altre cose.

mercoledì 31 ottobre 2012

L'assassinio di Anteo Zamboni

Oggi, 86 anni fa, Anteo Zamboni veniva assassinato. Su questo bambino morto a Bologna nei primi anni del fascismo si sa molto poco. Si sa come è morto, ma non si sa perché. Si sa moltissimo di suo padre, delle sue conoscenze potenti, della Bologna di allora e si sa qualcosa persino sugli intrighi più neri nel nero dei battibecchi familiari tra il fascismo agrario padano - tutto muscoli e omicidi - e quello "normalizzatore" delle istituzioni. Ma di lui non si sa quasi nulla, e questo perché Anteo era, appunto, un bambino, un essere umano che ancora non aveva avuto tempo di lasciare una grande traccia di sé.

Nel bellissimo saggio "Attentato al Duce", Brunella della Casa, dell'ISREBO, ricostruisce quanto avvenuto attorno e durante l'attentato per cui Anteo è stato incolpato e istantaneamente ucciso, fornendo anche interessanti ipotesi sulla vera matrice di quell'evento e sul braccio che effettivamente sparò. Ipotesi che cercano di rendere giustizia a una vita stroncata a 15 anni, la vita di un adolescente che non era neanche ancora un ragazzo, che nel giorno della sua morte andò alla parata a vedere il Duce con le spille arrugginite di una vecchia squadra di calcio, trovate nel giardino di casa, appuntate sulla camicia nera da balilla. Assai poco probabilmente un anarchico, molto più probabilmente un bambino.

A quattro anni dalla Marcia su Roma Mussolini aveva deciso di celebrare l'anniversario di un evento tanto importante a Bologna, uno dei luoghi che meglio rappresentavano la sconfitta delle lotte operaie e bracciantili da parte del fascismo e città del quasi podestà Arpinati (venne nominato un paio di mesi dopo), esempio dello squadrismo che sapeva farsi istituzione. I festeggiamenti avvennero in una città passata al pettine della repressione, in cui si era provveduto a incarcerare preventivamente tutti coloro che erano ritenuti in odore di antifascismo. Circa duemila persone. Il Duce aveva seguito un rigido programma di inaugurazioni, ricevimenti, cene, sfilate a cavallo e la sera di quel 31 ottobre si avviava verso la stazione, tra due ali di folla che lo ammiravano mentre imboccava via Indipendenza sull'auto scoperta.

Nell'arco dei 12 mesi precedenti, Mussolini era sopravvissuto a quattro attentati. Erano oltre 3000 i miliziani mobilitati in città per presiedere ad ogni sua apparizione, insieme a migliaia di uomini tra soldati, carabinieri e membri del servizio d'ordine del partito. In quei giorni, gli squadristi portavano in giro per Bologna un manichino impiccato sovrastato dai nomi dei tre attentatori e dell'attentatrice che fino ad allora avevano cercato di uccidere il Duce: Zaniboni, Cappello, Gibson, Lucetti. Le voci che parlavano di un nuovo attentato in preparazione in città erano infatti molte.

Per colpa di uno sparo

All'angolo di via Rizzoli, mentre l'auto rallenta, un colpo di pistola attraversa il bavero della giacca del Duce, scava la stoffa della fascia che porta al petto e fa entrare la luce nel cilindro del sindaco Puppini, al suo fianco sul sedile. Mussolini è voltato nella direzione da cui arriva il colpo e vede distintamente il suo attentatore, che ha superato il cordone di sicurezza che tiene a distanza la folla. Lo descriverà come un uomo ben diverso da Zamboni, il quale invece, in pochi secondi, viene afferrato e accoltellato dagli squadristi per poi essere lasciato già morto in pasto alla folla, che gli rompe i denti, lo morde, lo colpisce, lo strangola.

Nei giorni seguenti, Pio XI dichiara che è ormai evidente la protezione accordata da Dio al Duce. Decine di messe, celebrate da vescovi e cardinali, risuonano nelle basiliche per ringraziare l'Onnipotente della grazia concessa a Mussolini. Neanche una parola viene spesa per Anteo. Di lui, in effetti, quasi nulla giunge al pubblico. La pubblicazione di tutti i giornali di opposizione viene sospesa. Non si deve sapere nulla delle rappresaglie che i fascisti stanno compiendo in tutto il paese e che vanno avanti per giorni fino a quando non è Mussolini stesso a fermare il pogrom. Per difendersi da una di quelle rappresaglie, Emilio Lussu uccide un fascista e verrà condannato al confino a Lipari, da cui poi fuggirà.

Vengono sospesi tutti i passaporti e sono sciolti tutti i partiti, le associazioni e le organizzazioni che si oppongono al fascismo. Viene istituito il Tribunale per la Difesa dello Stato, che applica il codice militare di guerra. E' dichiarato decaduto il mandato di tutti i deputati aventiniani, compresi quelli che, come i comunisti, erano ritornati in Parlamento. Gramsci è arrestato.

Anteo

Nel frattempo a Bologna tutta la famiglia di Anteo fino al secondo grado di parentela viene messa in carcere. Il padre è un ex anarchico da tempo convertito al fascismo, che ha fatto lo stesso percorso di Arpinati e che per questo lo conosce bene. E' convinto di poter essere scagionato in tempi brevi insieme a tutta la sua famiglia grazie all'intervento dell'amico potente. Ma non si può pensare che ad attentare alla vita del Duce sia stato un ragazzino di 15 anni, peraltro, a sentire chi lo conosce, nemmeno molto sveglio. Si da la colpa alla famiglia, nonostante non ci sia alcuna prova di un suo coinvolgimento e un magistrato provi anche a farlo notare. Il padre e la zia di Anteo vengono condannati a 30 anni di prigione. La giustizia fascista si accanisce particolarmente contro Virginia, la zia, che poteva vantare un passato politico assai meno compromettente di quello del padre ma che era una donna nubile, forte, oggetto di maldicenze di ogni genere.

E' un nemico troppo bambino Anteo. Non abbastanza da essere risparmiato dai pugnali, ma troppo per attribuirgli per intero la grandezza di un gesto omicida nei confronti del Duce. Non vengono nemmeno rese pubbliche le sue fotografie, per non mostrare, accanto agli elogi della giustizia sommaria e della repressione politica, un volto che ancora non accenna all'età adulta.

Le indagini condussero a stabilire la presenza, sul luogo dell'attentato, dell'ardito lombardo Albino Volpi, fascista particolarmente sanguinario che fu tra gli esecutori materiali dell'omicidio di Matteotti. Molte testimonianze sostenevano che fosse stato proprio lui a pugnalare per primo Zamboni, per poi defilarsi. Si iniziò a parlare esplicitamente di complotto interno al fascismo, un complotto che faceva capo a Farinacci, che aveva come braccia gli arditi milanesi e come capro espiatorio Anteo, non si sa se coinvolto per puro caso o se invece convinto a partecipare. Le indagini furono bloccate direttamente dal vertice dello stato. Del resto, il regime aveva avuto enormi vantaggi dall'attentato ed era giunta l'ora di fare la pace con quei camerati turbolenti che in fondo nessun danno avevano fatto al fascismo, ma solo bene.

In occasione del decimo anniversario della Marcia su Roma, Virginia e Mammolo chiesero la grazia e questa volta Arpinati prese le loro difese, riuscendo a convincere Mussolini. Subito la famiglia Zamboni iniziò ad adoperarsi per dare ad Anteo una sepoltura che finalmente ne riabilitasse la memoria. Fino ad allora infatti il corpo del ragazzo era rimasto in un terreno sconsacrato fuori dalle mura della Certosa di Bologna. Ma si dovette attendere la liberazione perché fosse deciso di spostare i suoi resti. E con essi si spostò anche la memoria. Anteo non era più la vittima innocente che i familiari avevano sempre descritto, ma divenne un partigiano, il primo partigiano di Bologna, membro di quella che Togliatti definì la "Resistenza silenziosa". Così è ricordato sulla targa che si trova affissa su Palazzo d'Accursio.

Ben pochi furono, tuttavia, coloro che furono disposti ad accogliere tra le loro fila la figura ambigua di Anteo, anche fra gli anarchici. Tra gli antifascisti, prevalse sempre l'idea di un ragazzo trovatosi in mezzo a giochi troppo grandi, spazzato via con pochi colpi di coltello in nome di necessità maggiori, legate o alle ragioni del regime (in caso si sostenga l'ipotesi di un falso attentato, architettato per mettere finalmente al bando l'opposizione) o a quelle di una sua dissidenza interna (e in questo caso l'attentato è vero). Solo in tempi più recenti si è iniziato a concepire la possibilità di un giovane uomo pienamente padrone del suo gesto, compiuto in fedeltà a un ideale politico o al contrario in ribellione contro la famiglia e alla ricerca di un'affermazione di sé.

Di certo c'è il fatto che di Anteo Zamboni, assassinato ancora bambino dai fascisti, non rimangono parole, né quasi ricordi. Niente oltre a qualche quaderno di scuola e a una manciata di fotografie, la maggior parte delle quali lo ritraggono già morto*. E che qualunque parola verrà detta su di lui, non sarà mai sua.



*potete trovarle con una velocissima ricerca in rete, ma se siete impressionabili ve le sconsiglio

venerdì 26 ottobre 2012

Prendere atto

Il disoccupato accanto a me è uno che le ha provate davvero tutte. Ogni pista di questa valle desertificata lui l'ha percorsa, più e più volte, medicando il fatalismo lungo la strada come se fosse una caviglia dolorante.

Mi dice: "Bisogna prendere atto che questa insicurezza, questa instancabile indecisione, è uno dei modi con cui ci annichiliscono e ci impediscono di agire. Ci siamo fatti convincere di essere prima di tutto individui, e quindi portatori di diritti inalienabili che ci rendono tutti uguali e allo stesso tempo legittimati ad avere ciò che meritiamo, che è sempre più degli altri. In realtà non siamo per nulla tutti uguali, c'è chi nasce col culo parato e chi no, e così i diritti rimangono formule scritte su un foglio di carta. E nella quasi totalità dei casi nemmeno abbiamo alcuna qualità che ci permetterebbe di salire con qualche ragione sul carro che tanto sogniamo, perché non capiamo nulla di nulla e vivacchiamo nella più ingiustificabile illusione.

"Quella stessa illusione che ci fa maledire l'ingiustizia ogni volta che non ci sentiamo al centro del mondo, che ci fa costruire club pieni di parole d'ordine anche quando ci proclamiamo liberi e libertari; oppure che ci conduce in un isolamento appestato di amarezza, perché nessuno sa capirci e quindi nessuno ci merita; oppure ancora che ci fa sentire inadatti, sempre, come se le sorti di una battaglia dipendessero dalla nostra eloquenza.

"La politica non è qualcosa che si fa con lo spirito di chi vorrebbe allungarsi in ciabatte in ogni angolo del mondo, come se fosse a casa propria. Non adesso. Adesso la si fa con le scarpe robuste e con la paura del futuro negli occhi, accesa come una lanterna.

"Sei rimasta delusa e ora non sai a che santo votarti. Ma è solo perché ti eri illusa che qualcosa fosse davvero sbocciato al di fuori di quella calce avvelenata da cui tu stessa provieni e dalla quale pensavi di esserti allontanata. Non c'è niente al di fuori di quello, niente che non abbia una natura inquinata, infiltrata dal mormorio incessante del capitale, da quella voce che ti vuole sempre diverso e migliore, mai sorella o fratello ma al massimo capace di fraternità.

"Non c'è niente, nemmeno l'idea migliore, che non abbia anche un lato meschino, avido, egoista. L'essere umano cresce piantato nell'ignoranza e nel pregiudizio, e da quel genere di letame non nascono certo generose piante da frutto, con le braccia robuste parallele al terreno. Gli orti de Il ventre di Parigi, che accoglievano la merda della città rastrellata agli angoli dei mercati per trasformarla in cibo fresco e pulito, non esistono da nessuna parte.

"Quello che esiste è invece una truppa con le armi spuntate e la sbornia della barbarie sempre nel sangue. E' questo il nostro tempo, è questo che siamo, e tu non riesci a ricordartelo".

lunedì 22 ottobre 2012

WWWomen

La rete è quel luogo straordinario in cui anche le teorie più bislacche possono trovare sostegno in un blog del Fatto Quotidiano. Giampaolo Colletti appartiene proprio a quella squadra di blogger, ed ha un'idea a dir poco fantasiosa che riguarda le donne e la rete stessa. A volte verrebbe da credere a quanti, tipo Casaleggio, sono posseduti dall'immagine di un world wide web dotato di una propria volontà e di una vanità da divo dell'infotainment, dato che si ottiene tanto più spazio quanto più gli si liscia il pelo. La realtà è che parlare in modo acritico e superficiale della rete in rete equivale, esattamente come accade in televisione, a raggiungere il punto zero dei contenuti, il nulla assoluto, che è proprio il risultato che molte imprese digitali, come ad esempio quelle per cui lavoro, si pongono. Pare infatti che i link sponsorizzati si incollino alla perfezione attorno ai testi che non parlano di nulla.

Tornando al Fatto Quotidiano e a Colletti, mi sono imbattuta in un post che, data la mia posizione lavorativa di picchiatrice di tasti sul web, non poteva non incuriosirmi: "Donne più disoccupate degli uomini, non in Rete".  Qui si sostiene che nella crisi le donne se la cavano di gran lunga meglio degli uomini, poiché il loro tasso di occupazione nei primi due semestri del 2012 è aumentato del 1,3%. L'autore tralascia di citare il fatto che l'Italia è agli ultimi posti in Europa (con l'unica eccezione di Malta) per occupazione femminile, che le donne in età lavorativa che effettivamente lavorano nel nostro paese sono meno del 50% e che l'Italia ha ancora un primato europeo, quello della maggiore differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile. Dettagli. La crisi è un momento d'oro per le donne, che a causa di qualche misterioso incantesimo finiscono per trovare lavoro in un momento in cui il lavoro non c'è.

L'incantesimo, secondo Colletti, è la creatività delle donne, il loro istinto di startupper nate, la loro capacità di creare prodotti carini e sfiziosi. A riprova di ciò, cita il caso del sito culinario Giallo Zafferano. Ah che meraviglia queste donne che inventano, creano, si adattano alla nuova congiuntura economica di disgrazia. Mica come gli uomini, che rimangono aggrappati all'idea del posto fisso. E' la narrazione del governo tecnico, che magnifica le gioie del lavoro iper precarizzato perché è moderno, dinamico, giovane. Persino donna. Eccolo il nuovo che avanza.

Ed è proprio questa infatti l'ossessione di Colletti, il quale ha avuto la pensata di fondare un progetto di studio e un sito, WWWorkers,  per parlare dei lavoratori e delle lavoratrici (soprattutto delle lavoratrici, dice lui) che decidono di liberarsi di quella noia mortale che è il posto fisso per imprenditorializzarsi e seguire le loro passioni. Lui lo dice davvero! Sì vabbé, qualcuno magari è anche co.co.pro, però la maggior parte sono di sicuro lavoratori a tempo indeterminato, che si sono liberati della schiavitù delle quaranta ore, delle tredicesime e delle quattordicesime, dei congedi familiari e di tutte le altre tutele, per abbracciare l'ignoto. E' questo lo spirito giusto per uscire vivi dalla crisi. Si salveranno gli ottimisti e gli avventurosi, e alla fine sarà un mondo migliore.

La prova di questa tendenza e del fatto che le donne sono in prima fila nel cambiamento, sta nel fatto che le lavoratrici autonome qui da noi sono il 16% del totale, contro una media europea del 10%. Qui il termine "autonome" sembra proprio andare a braccetto con l'emancipazione delle donne, laddove emanciparsi vuol dire lavorare in proprio. Nessuna lampadina che si accende quando il dato sulle lavoratrici autonome italiane viene messo a confronto con quello degli stipendi medi nel nostro paese, che sono i più bassi d'Europa per tutti, ma che per le donne sono il 20% in meno di quelli degli uomini. Nemmeno nominata la Partita IVA, che è il titolo meno romantico delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi, una formula che ormai anche nel mainstream non evoca di certo più la libertà e la realizzazione di sé.

Tuttavia, Colletti continua ad osservare dalla sua finestra la brulicante vita della rete, con il sorriso sulle labbra, lieto di scaldarsi il cuore con la certezza che quel fermento vitale, finalmente, stia conducendo le donne all'emancipazione.

martedì 16 ottobre 2012

My way

Di recente mi sono ritrovata a pormi qualche domanda su questo blog. E dalle domande sul blog sono arrivata in un battito di ciglia ad altre domande, immense e schiaccianti. Sì perché in origine questo progetto voleva realizzare una specie di minuscola operazione di debunking sul mondo del lavoro, a partire dalle mie esperienze personali, cercando di rendere esplicite la violenza e la discriminazione con cui la logica di quel mercato agisce, in particolare sulle lavoratrici.

Solo che io da quel mercato ora sono uscita. O meglio, sono rimasta, ma nascondendomi, facendomi piccola piccola, guadagnando (forse) quello che mi basta per campare interagendo il meno possibile con le sue dinamiche. I capi si trovano lontano, non li ho mai visti. Il mio reddito è appeso a una manciata di indirizzi e-mail. Lavoro da casa, attaccata al computer. Guardo dalla finestra un cortile su cui di giorno si affacciano solo pensionati e studenti. Io non sono nessuno dei due, e anche là dove si trovano tutti gli altri, io non ci sono.

Il futuro è un elenco di voci appuntate dove capita: sull'agenda, sul calendario, nella casella di posta, a volte persino scritte sul dorso di una mano. Le cancello di giorno in giorno, e ogni voce cancellata è un mattoncino del mio prossimo mese. E' tutto qui. Sono una disoccupata con un reddito e un impegno quotidiano al computer. Il mio lavoro non significa nulla, è tempo nascosto alla vista, che serve solo all'assurdo proposito di farmi superare una crisi economica di cui nessuno può prevedere gli esiti e nella quale io, intanto, invecchio.

Penso che tutto sommato non sia poi così strano quello che mi capita. Nel 1973, quando Tina Anselmi fece rientrare il lavoro a domicilio nei contratti nazionali di categoria, erano un milione le donne (perché si trattava praticamente solo di donne) che lavoravano da casa. Producevano di tutto: dai circuiti elettronici ai maglioni. Oggi non è molto diverso. Noi lavoratrici e lavoratori a domicilio del terzo millennio assembliamo testi della più varia natura, dalle traduzioni scientifiche agli articoli di promozione turistica. Siamo pagati a cottimo, proprio come in fabbrica. Noi non rischiamo di ritrovarci con le dita mozzate e a fine giornata non abbiamo le braccia distrutte e gli abiti lerci. Allora diciamo di essere freelance, aggrappandoci a un treno che sfreccia lucido nel presente e che dovrebbe in teoria essere pieno di giornalisti gira mondo, professionisti strapagati del marketing, creativi digitali. In realtà però su quel treno ci siamo quasi solo solo noi. E il bello è che in moltissimi casi quello che produciamo, con la nostra fulgida mente di laureati, dura meno di un maglione. Se siamo fortunati, un paio d'anni.

E' un lavoro da imboscati, che ci toglie dalle code davanti alle agenzie interinali come un tempo si sfuggiva alla leva obbligatoria. Nascondersi come unica soluzione nei confronti di un destino di disoccupazione. E quando ci si nasconde, è ben poco quello che si può fare. Sono pochi i compagni che riusciamo a vedere, e meno ancora quelli con cui ci troviamo a portata di voce. E' questa la posizione in cui mi trovo. E un po' me la sono persino scelta, per vigliaccheria e perché non ne potevo più. Ero stanca di sentirmi dire che sono troppo vecchia, troppo bassa, troppo scolarizzata, troppo inesperta. Non ne potevo più di sentirmi affibbiare mancanze che in realtà sono quelle di un intero sistema economico. Ma come si può scrivere da un nascondiglio? Si può? Io ci proverò, quando avrò il tempo, le energie, le idee. E se quello che verrà fuori apparirà pallido e mezzo asfissiato, come se fosse appena sbucato fuori da un cunicolo scavato nel terreno, beh perdonatemi.

giovedì 27 settembre 2012

Inshallah ça va

L'amico che lavorava con me ha ormai la barba lunga e mormora formule di ringraziamento a Dio ad ogni manciata di parole. Ha preso qualche chilo e questo è un bene. Suo padre è morto qualche settimana fa, ma senza permesso di soggiorno non può muoversi dall'Italia. Anche i soldi sono un problema, ma inshallah per quelli gli strozzini hanno tempi più brevi.

Per calmarsi prega e snoda con le dita la lunga barba color cenere. Sono fortunato, dice, perché ero perduto mentre ora seguo la via di Dio. Non eri perduto, vorrei dirgli. Eri solo povero e lo sei anche ora. Povero, straniero e solo, escluso dai mestieri per cui hai studiato, quelli che conosci e per cui hai talento. Quei mestieri puoi solo farli gratis, o al massimo in cambio di un mazzo di buoni pasto da quattro euro e cinquanta. Buoni pasto che ti aiutano a malapena a mangiare, e che di certo non ti faranno avere il permesso di soggiorno per andare sulla tomba di tuo padre.

Se ci fosse una giustizia - gli dico indicando l'imponente palazzo razionalista nel quale il mio amico trascorre tutti i suoi pomeriggi - tu lavoreresti lì dentro. Sporgendosi dalla facciata, un'enorme bandiera rossa sussulta cercando di afferrare un autobus immobile alla fermata. La giustizia non c'entra, mi risponde l'amico con aria rapita, è qualcun altro che decide. La crisi crea interessanti cortocircuiti. C'è chi tira in ballo Dio per spiegarsi la propria esclusione da un lavoro che già fa e che riguarda un'organizzazione ancora in teoria profondamente venata di marxismo.

Quando viene il mio turno di raccontare, dico che sono tutto sommato felice perché non lavoro più tutti i giorni e torno finalmente a scoprire i fine settimana. In realtà mi vergogno molto a dirglielo, perché lui lavora senza giorni liberi, né ferie, né malattia da quasi sette anni. Ma non importa, mi dice. Io sono fortunato.

lunedì 20 agosto 2012

Femminismo, incubi virili e incredibili paralleli

Quando una lettura capita proprio a fagiolo. Tratto da "Donne, resistenza e rivoluzione", di Sheila Rowbotham.

"Durante la comune un corrispondente del Times si infiltrò in un circolo femminile. La stanza era piena di donne e di bambini «del più infimo strato sociale». Le donne indossavano «casacche disordinate» e «in testa copricapi bianchi ornati di gale». Al fondo della stanza c'era un tavolo coperto di giornali e libri, e dietro di esso giovani cittadine indossavano fasce rosse. Una giovane parlò sulla necessità di difendere la rivoluzione. Il giornalista non si interessò di quel che stesse dicendo ma del fatto che era «giovane e graziosa». Ma colse negli occhi di lei uno sguardo che gli diede la sensazione che «non gli sarebbe piaciuto essere suo marito». L'oratrice successiva dall'aspetto abbastanza rispettabile ma «divagante e inconsistente» parlò del ruolo della donna nella comune e della rivoluzione del 1789 e poi criticò il clero. Un'altra criticò severamente lo sfruttamento dei poveri da parte della società. Il cronista del Times giudicò il suo discorso «vago e pieno di inutili ripetizioni»."


venerdì 27 luglio 2012

L'Ilva, l'Acna


Durante tutta la mia infanzia, il fiume è stato rosso. Rosso e morto, come se del sangue fosse caduto in una pozza di acqua arrugginita. Non ci sono molti fiumi in Liguria, anzi al di qua delle montagne non ce n'è per niente. Solo dei torrenti stagionali i cui letti fanno in tempo a riempirsi di erbacce e le erbacce a seccare, prima che i rii dell'entroterra portino acqua a sufficienza perché questa possa percorrere tutto il tragitto fino al mare. Capita poche volte l'anno.

Al di là delle montagne invece di fiumi ce ne sono. Da queste parti si chiamano tutti Bormida, e sono di genere femminile. L'acqua gocciola verso la pianura, immaginando la dolce inerzia della piatta valle sterminata, e nel frattempo le montagne si seccano come spugne appese al sole. Di qua l'arsura annerisce i tronchi degli alberi, che sembrano fatti di carbone vivente. Di là le cortecce si allargano sottili e il mais fa ciondolare al vento la sua molle testa piumata.

Il mais che beveva la Bormida di Cengio però per molto tempo è stato un mais speciale. Gli animali che lo mangiavano alla lunga cominciavano a trasudare un odore strano, una puzza di ciminiera che restava nella carne e finiva in bocca alle persone. Il vino sembrava un siero velenoso, il decotto di qualche antico filosofo suicida appena attraversato dall'aria stantia delle cantine. I ghiaccioli che si allungavano dalle pareti di roccia erano proibiti ai bambini, né si poteva andare a giocare sulla riva del fiume gelato. E questo perché c'era l'Acna, la fabbrica che i miei genitori mi avevano insegnato a odiare, ma di cui non dovevo parlare mai con le altre persone del paese.

Gran parte del paese lavorava all'Acna, scoprii quando si decisero a dirmi che in quella fetida città di casermoni davvero ci lavorava qualcuno. Di colpo nella mia mente la gigantesca macina di melme terrificanti si popolò di esseri umani, e fu una scoperta spaventosa. Ne conoscevo persino alcuni, appresi. Da allora per anni li guardai come se nascondessero un orrore segreto, una complicità contaminante con il mostro. "Lo fanno per guadagnarsi uno stipendio", mi dicevano i miei. Ma io, che non avevo ben chiaro il vincolo di necessità tra il lavoro e il denaro e tra il denaro e le cose, continuavo ad essere ripugnata da quelle persone all'apparenza tanto normali.

Poi l'Acna si è spenta, e i suoi spurghi di rosso raggrumato hanno smesso di squagliarsi nel fiume. Sotto al ponte, in un punto in cui l'acqua è più bassa e la corrente fa appena il solletico ai sassolini sul fondo, sono persino arrivati dei cigni e dei germani reali. Animali che trascorrono tutta la loro esistenza con il ventre a mollo e le zampe a pedalare sott'acqua. Prima che scoppiasse questa primavera di piedi palmati - anche sta volta l'ho scoperto dopo - a Cengio c'è stata una specie di guerra. Gli operai bastonavano gli ambientalisti, i medici abbandonavano i malati e i contadini piangevano sulle loro viti al cromo. La fabbrica chiuse dopo sessant'anni di proteste, tribunali, botte, minacce, attentati e centinaia di morti per cancro, in larga parte operai.

Per cento anni, un virus ha abitato nei nervi degli abitanti della valle, operai e non. Stava accucciato al riparo, come una vipera nell'ansa di un fiume, per poi schizzare fuori a fiammate, un fuoco di Sant'Antonio, doloroso e sfiancante, pronto ad aprire la porta ad altre malattie ancora più incurabili. Gli unici che non erano malati erano gli stessi che per tutto il tempo avevano continuato a spalmare i marciapiedi di bava infetta. Qualcuno è passato per il carcere, qualcuno si è sparato un colpo prima che lo prendessero, la maggior parte è invecchiata lontano, senza un prurito di colpa.

Oggi il virus ha lasciato la valle e la Bormida di Cengio. Si è estinto, come si stanno estinguendo gli operai dell'Acna. Vecchi, e in tanti malati. Di questa malattia rimangono altri ceppi, che incendiano intere città. Prosperano nella diossina, succhiano l'arsenico e il cadmio dalla rugiada e dall'umidità del vento, ingrassano dove il mare è povero di pesci e la terra da frutti immangiabili. Più l'acqua è spessa di olii e l'aria è pesante di scarichi, e più loro galleggiano leggeri, sparpagliandosi come pollini maturi. Dove c'è la miseria e i campi sono appestati, i virus scalpitano nelle ventiquattrore in cui li tengono rinchiusi prima di liberarli tra la folla. E hanno effetti anche sulle fragili intercapedini della mente, creando solidarietà impensabili come quella tra operai e avvelenatori, tra intossicati e utilizzatori di armi chimiche. Ogni volta che coppie di mani si stringono alle spalle di una intera città, i virus hanno brividi di gioia. Quando si firmano concessioni, accordi, patti, finti risarcimenti, loro partoriscono nuovi venuti.

A Cengio il fuoco è passato e il fiume è pulito, ma la valle è persino più povera di prima, povera com'era nei secoli lontani, precedenti alla fabbrica. I veleni sono stati rinchiusi e placati, ma le vigne non sono tornate. Nessuno comprerebbe il dolcetto della Val Bormida. Il virus lascia delle cicatrici incancellabili, sfregia i volti e marchia le colline. A un certo punto, penso, ci si scorderà dell'Acna.  

venerdì 13 luglio 2012

I giornalisti italiani e la Tunisia

E' l'ennesimo caso mediatico che vede coinvolta una donna bianca e un uomo non-bianco da quando tutti i maggiori giornali e i maggiori partiti hanno scelto di sfruttare l'atavico incubo del colonizzatore per attirarsi pubblico. Parlo di caso mediatico perché del caso in sé, dopo le ultime uscite della procura, non si capisce nulla. In ogni caso la povera ragazza - delle cui abitudini sessuali nel remoto continente di provenienza sembra strano che non abbiano ancora pubblicato accurati reportage. Ma forse è perché le ore di viaggio sono tante e nessun inviato del Corriere è ancora atterrato - ha tutta la mia solidarietà.

Ebbene, sembra proprio che tra i giornalisti italiani e la Tunisia sia successo qualcosa. La strage di Erba fino ad ora è stato l'esempio più eclatante di tale patologia, ma anche questa schifosa vicenda non scherza. Oggi, dopo la lettura dell'ultimo articolo del Corriere, ho deciso di fare un piccolo sondaggio, non molto originale, ma che è riuscito lo stesso a stupirmi.

Nell'articolo del Corriere sopra citato, la parola "tunisino" compare 7 volte, accompagnata anche da un "immigrato". Nel frattempo, la parola "uomo" è usata solo 3 volte. Repubblica si comporta in modo più politicamente corretto, e inanella "solo" 5 riferimenti alla nazionalità dell'uomo. Ma il vero apice si raggiunge con i lanci d'agenzia di AGI e ANSA. La prima utilizza la parola "tunisino" per ben 3 volte in un totale di 111 parole, la seconda arriva allo stesso risultato (in un caso "tunisino" è sostituito con "nordafricano") in sole 98 parole. Neanche i miei datori di lavoro chiedono ai loro scrittori SEO di inserire in un articolo la stessa keyword con una simile frequenza.


Che cosa suscita la psicosi della Tunisia negli organi di stampa italiani? Forse quella minacciosa sillaba iniziale "TU", così dentale, che collega il nome del paese sull'altra sponda del Mediterraneo a termini quali "tumore", "tuono", "turpe". A pensare proprio male male verrebbe da dire che quella sillaba forse solletica anche un inconscio desiderio di identificazione.

Oppure più realisticamente si tratta della visione risorgimentale (ah i 150 anni...) della Tunisia come di un giardino sottratto al nostro condominio dai perfidi vicini francesi, con in più l'umiliazione di annusare dai nostri terrazzi il profumo dei loro barbecue estivi. Terra che ci sarebbe spettata, ai tempi, e che è rimasta un luogo agognato, su cui mai i bravi italiani sono riusciti a stabilire il loro ordine, e che è rimasta un paese insubordinato, mai ridotto all'obbedienza verso i Savoia né verso il fascismo. "Tunisia" allora diventa sinonimo di paese traditore, abitato da genti incolte che avrebbero potuto addomesticarsi al nostro benevolo dominio di fratelli maggiori, bianchi e cattolici, ma che per qualche motivo incomprensibile hanno scelto di non farlo.

Oggi, la Tunisia è addirittura un paese che si è liberato da sé da un dittatore, contravvenendo a tutte le regole non scritte della diplomazia intercontinentale. Un luogo in cui orde barbare hanno sradicato un padrone senza bisogno di cacciabombardieri decollati dalle nostre illuminate coste, e così facendo hanno sguarnito i confini settentrionali, come per un perfido scherzo, come in quel programma televisivo in cui il VIP di turno si ritrova chiuso in una stanza insieme a una tigre. Che pena che ci fa, quel miliardario tutto preso a sudare di paura di fronte al gigantesco felino. Che pena.




lunedì 9 luglio 2012

Una poesia che dice davvero tutto sulle Langhe

Antenati, di Cesare Pavese

Stupefatto del mondo mi giunse un'età
che tiravo dei pugni nell'aria e piangevo da solo.
Ascoltare i discorsi di uomini e donne
non sapendo rispondere, è poca allegria.
Ma anche questa è passata: non sono più solo
e, se non so rispondere, so farne a meno.
Ho trovato compagni trovando me stesso.

Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto
sempre in uomini saldi, signori di sé,
e nessuno sapeva rispondere e tutti erano calmi.
Due cognati hanno aperti un negozio - la prima fortuna
della nostra famiglia - e l'estraneo era serio,
calcolante, spietato, meschino: una donna.
L'altro, il nostro, in negozio leggeva romanzi
- in paese era molto - e i clienti che entravano
si sentivan rispondere a brevi parole
che lo zucchero no, che il solfato neppure,
che era tutto esaurito. E' accaduto più tardi
che quest'ultimo ha dato una mano al cognato fallito.
A pensar questa gente mi sento più forte
che a guardare lo specchio gonfiando le spalle
e atteggiando le labbra a un sorriso solenne.
E' vissuto mio nonno, remoto nei tempi,
che si fece truffare da un suo contadino
e allora zappò lui le vigne - d'estate -
per vedere un lavoro ben fatto. Così
sono sempre vissuto e ho sempre tenuto
una faccia sicura e pagato di mano.

E le donne non contano nella famiglia.
Voglio dire, le donne da noi stanno in casa
e ci mettono al mondo e non dicono nulla
e non contano nulla e non le ricordiamo.
Ogni donna c'infonde nel sangue qualcosa di nuovo,
ma s'annullano tutte nell'opera e noi,
rinnovati così, siamo i soli a durare.
Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori
- noi, gli uomini, i padri - qualcuno si è ucciso,
ma una sola vergogna non ci ha mai toccato,
non saremo mai donne, mai ombre a nessuno.

Ho trovato una terra trovando i compagni,
una terra cattiva, dov'è un privilegio
non far nulla, pensando al futuro.
Perché il solo lavoro non basta a me e ai miei;
noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande
dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi.
Siamo nati per girovagare su quelle colline,
senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena.

giovedì 28 giugno 2012

Breve guida alla scoperta dei maschilisti

Ecco una breve guida che aiuterà le lettrici e i lettori a orientarsi nel vasto mondo del maschilismo, per imparare a riconoscere il maschilista nell'ambiente naturale e per evitare di incorrere in fastidiosi misunderstanding che potrebbero condurvi a fraintendere la natura dell'essere che vi trovate davanti.

Innanzitutto un punto metodologico: il maschilista ama esprimersi con i gesti. Il suo particolare linguaggio corporale è inequivocabile ed assai facile da individuare. Meno intuitiva è l'individuazione attraverso il logos, che è però l'unico altro metodo possibile. La sola osservazione infatti solitamente non basta. Questo semplice test invece vi permetterà di discernerlo con certezza in pochissimo tempo.

Tutto quello che dovrete fare sarà introdurre l'argomento della violenza sulle donne. A quel punto, il maschilista si paleserà con rispostee che sarà possibile collocare all'interno di un ben definito ventaglio di possibilità, che qui elenchiamo:

- "Gli uomini sono violenti per via del testosterone", detta "ipotesi naturalista"; 

- "Le donne provocano", detta "ipotesi del concorso di colpa";

- "Gli uomini diventano violenti perché ormai la famiglia non esiste più e tutto va a scatafascio", detta "ipotesi catastrofista";

- "Le donne in realtà hanno in mano le redini del potere e inventano bugie per annientare gli uomini", detta "ipotesi del complotto o del NWO (New Women Order)";

-  "La colpa è delle madri che non educano bene i figli", detta "ipotesi della partenogenesi";

- "Gli uomini diventano violenti perché le mogli cattive con il divorzio gli tolgono tutto", detta "ipotesi del fake";

- "Male che vada le donne possono usare le loro capacità seduttive per cavarsela in ogni situazione", detta "ipotesi dell'invidia delle mammelle";

- "Le donne non sono capaci di aiutare gli uomini infelici o non vogliono, e così questi ultimi diventano violenti", detta "ipotesi dell'infermiera incompetente o cattiva";

- "Sono altri i problemi del paese", detta "ipotesi benaltrista", particolarmente insidiosa perché tende ad insinuarsi anche in habitat teoricamente ostili al maschilismo.

Speriamo che questa guida vi renda più semplice l'orientamento e vi aiuti nelle vostre scoperte. In ogni caso ricordatevi che a volte può essere utile nelle escursioni portare con sè un bastone da passeggio.