giovedì 27 giugno 2013

Su Decreto Lavoro e inquietanti coliti

Recupero questo comatoso blog per parlare dell'argomento del giorno, cioè il Decreto Lavoro del governo Letta (o Letame, come l'ho sentito propriamente descrivere da Giorgio Canali).

Ebbene, questo decreto è una merda, senza mezzi termini. E' inutile se non dannoso, perché nei fatti incentiva i datori di lavoro a discriminare i lavoratori sulla base di fattori dettati da nient'altro che il puro intento propagantistico.

Ma quello che mi inquieta non è il decreto in sé (ma che ci si può aspettare da un governo che contiene al suo interno tutte le forze politiche - comprese quelle "tecniche" - che hanno devastato il paese dall'inizio della storia repubblicana?) quanto le reazioni che il decreto ha suscitato, le coliti che ha acutizzato, facendo emergere pulsioni assai spregevoli e che dimostrano quanto poco si riesca a tenere la barra dritta, anche tra coloro che pure si esaltano per le rivolte in giro per il mondo e si definiscono di sinistra.

"Ecco! In Italia studiare non serve a un cazzo" si urla a gran voce. Ma la realtà è che affermare una cosa del genere non è molto diverso da dire "gli immigrati ci rubano il lavoro", è un moto che proviene dalle panze corporative degli istruiti contro quelli che istruiti non sono (o che, per esempio, non hanno un titolo di studio riconosciuto in Italia, anche se magari un diploma ce l'hanno).

La realtà è che studiare in Italia serve eccome. Basta dare un'occhiata velocissima ai dati sulla disoccupazione, qui: se il tasso di disoccupazione in Italia è all'inizio del 2013 al 12.8%, è del 16.2% tra chi ha solo la licenza media, con una punta del 24.9 al sud. Il tasso di disoccupazione decresce costantemente mano a mano che il titolo di studio sale di livello: tra i laureati il tasso è del 7.6, meno della metà rispetto a coloro che hanno solo una licenza media. Quindi, poche balle. La vita è dura, durissima, per tutti, ma studiare in Italia serve, certamente meno che in passato e meno che in altri paesi, ma serve. Serve anche per andarsene a cercare fortuna altrove. I cervelli in fuga sono tali proprio perché in valigia hanno un bel pezzo di carta, altrimenti non sarebbero cervelli ma solo braccia, braccia che andrebbero a competere con altre provenienti da ogni parte del mondo. Le braccia si trovano ai quattro angoli della terra, le università che danno accesso ai migliori Phd del globo invece no.

Eppure la narrazione del laureato avvilito dal suo infame paese, dello startupper nato che però non trova occhi disposti a riconoscerlo, del giovane diamante grezzo in attesa di brillare, sembra aver attecchito ben oltre i confini editoriali nei quali è stata coltivata con abbondante concime (appunto). Sarà perché é una narrazione consolatoria, persino prestigiosa, che regala ai laureati una nobile e onorevole frustrazione (un piccolo "lusso spirituale" da concedersi per sentirsi meglio) che li distingua allo stesso tempo dalla mediocrità della vita fantozziana da colletti bianchi, e anche dalla plebaglia dequalificata che magari vota pure Berlusconi.

Magari è solo un minuscolo riflesso addominale, magari è che in tanti hanno una dieta troppo ricca di fibre. O magari no.

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