venerdì 1 aprile 2011

Il "peso delle parole": Abdelmalek Sayad sull'integrazione

So che questo post non c’entra molto con il tema del blog, ma trovo che il brano che riporterò sia molto utile ai fini di un dibattito su emigrazione ed immigrazione che voglia quantomeno ambire ad essere sereno e non pervaso da quel populismo meschino e auto-assolutorio di cui ho recentissimamente letto un perfetto esempio nel blog di Beppe Grillo.

Inoltre, questo appunto vuole anche essere un contributo ad alcune discussioni emerse su Lipperatura negli ultimi giorni, in cui ho maldestramente cercato di applicare gli insegnamenti di Sayad - che ebbi la fortuna di studiare all’università e che amai subito follemente - ad alcuni dei temi più spinosi dei nostri anni: il problema del “velo” e la questione Rom. Nel bel mezzo di un delirio mediatico-elettorale come quello che si condensa da giorni attorno a Lampedusa, penso che sia ancora più utile trovare dei punti fermi.

«L’integrazione è quel tipo di processo di cui si può parlare solo a posteriori, per dire se è riuscito o se è fallito. E’ un processo che consiste idealmente nel passare dall’alterità più radicale all’identità più totale (o pretesa tale). Se ne constata la fine, il risultato, ma non può essere colto nel corso della sua realizzazione perché coinvolge l’intero essere sociale delle persone e la società nel suo insieme.

È un processo continuo, implicato in ogni istante della vita, in ogni atto dell’esistenza, e a cui non possiamo attribuire un inizio e una fine. Nel migliore dei casi lo si può soltanto constatare e non lo si può di certo orientare, dirigere, favorire volontariamente. Ma soprattutto non bisogna immaginare che sia un processo armonico, privo di conflitti. È un’illusione che si ama coltivare in questa finzione rovesciata a posteriori. Infatti, ciascuna delle parti ha un suo interesse nella finzione, e inoltre trova nel vocabolario del mondo sociale e politico il lessico appropriato per esprimerla. Dato che nell’immaginario sociale essa costruisce l’identità, cioè l’identico, il medesimo, e perciò nega o riduce l’alterità, l’integrazione finisce per assumere il valore comune di principio e di processo d’accordo, di concordia e di consenso.

Il tipo di irenismo (sociale e politico) legato alla parole “integrazione” non porta soltanto a esaltare la storia delle “integrazioni” passate, già compiute, e di conseguenza a “screditare” la storia dei conflitti presenti, ma anche a immaginarsi che il processo sociologico di integrazione possa essere il prodotto di una volontà politica, il risultato di un’azione condotta con coscienza e decisione per mezzo dei meccanismi dello stato. Senza ignorare o trascurare gli effetti che può esercitare, bisogna osservare che il discorso (politico) sull’integrazione è più che altro l’espressione di una vaga volontà politica piuttosto che di una vera azione sulla realtà. La verità esige che ci si liberi di tutte le mitologie (anche scientifiche) legate alla nozione di integrazione per cogliere l’importanza della posta in gioco sociale, politica e soprattutto identitaria che questa nozione dissimula»

(Abdelmalek Sayad, La doppia assenza)

2 commenti:

  1. hai ancora quel libro? me lo presti?

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  2. purtroppo è uno dei libri che dopo il trasloco risultano ancora dispersi. penso di sapere dov'è e lo recupererò, ti darò notizie :) per ora ne ho preso una copia a San Giovanni in Monte

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