L'amico che lavora con me ha fatto un incidente proprio qualche giorno fa. Il mio primo pensiero, quando l'ho saputo, è andato alla sua testa e alle sue gambe, ma il pensiero successivo, una frazione di secondo dopo, andava già al suo motorino. Non si è fatto molto male, ma il manubrio non risponde più come dovrebbe e i soldi per aggiustarlo - così come l'assicurazione - non ci sono. Quella mattina, dopo aver fatto le ultime consegne su un motorino rotto, il mio amico è tornato a casa per bere un bicchiere di latte e zafferano contro il dolore.

Ogni tanto, qualcuno a cui lui deve dei soldi si fa vivo alla nostra porta, o lo costringe a lunghe telefonate. Ci sono volute parecchie centinaia di euro di pizzo soltanto perché potesse avere la residenza a Bologna, e quindi il permesso di soggiorno. Ieri ha deciso di rivolgersi a suo fratello in Pakistan, perché gli spedisca qui, nell'Italia del suo sfortunato approdo, quello che laggiù è l'equivalente di un anno di stipendio. Per lo strazio non mangia quasi nulla e i suoi capelli, già bianchi, sono diventati ancora più ispidi.
C'è qualcosa di così insopportabile nella sua fatica che a volte è meglio fingere che non ci sia. Scherziamo come se niente fosse. Non so se sia per questo, ma certe mattine mi sembra persino allegro. Forse gli piace specchiarsi nel mio brontolio leggero, di chi non ha pensieri troppo gravi, e immaginarsi libero, quantomeno, da alcune delle sue catene.
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