Gli abiti, già lerci, ora sono imbevuti degli scarichi delle auto e dei rimasugli di migliaia di suole. Il ginocchio fa male, ma non in un punto preciso. E' un male esteso, che evoca dolori passati come un cane che ulula ad altri cani. Il tuo collega ti chiede come stai in punjabi, e gli rispondi ridendo, di scaramanzia. Anche lui ride. La sua faccia strana, lunga e paffuta, in realtà ride solo per metà. La metà superiore è come bloccata in una perenne indecisione. L'altro collega, quello più religioso di te, ringrazia Dio al posto tuo e poi torna a rintanarsi in un torpore malato, come fa da giorni. Le coliche renali a volte lo trascinano in ospedale, a volte lo incollano al letto. Quando è in piedi, è come avvolto in un mantello ombroso, che attutisce ogni cosa.
E il letto chiama anche te mentre i jeans ormai stringono attorno alla gamba gonfia, che strofina contro l'umido granuloso della stoffa. Il calore che percepisci nonostante la melma gelida che ti inzuppa, ti dice che da qualche parte il primo velo di pelle è stato grattato via. Finito il lavoro, sali sul motorino ammaccato e lo metti in moto. Un angolo del parabrezza è volato nell'incidente, ma per il resto tutto sembra funzionare. Cerchi di non pensare al dolore, alla vertigine che hai provato ogni volta che sei caduto, alle braccia e alle gambe che per un attimo appena, un attimo che ricordi molto bene, si paralizzano e ti imprigionano in una gabbia di nervi impotenti mentre la mente, come una telecamera a circuito chiuso, registra ogni dettaglio. Torni a casa piano, più piano che puoi, e pensi già a dormire.
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